Il 12 maggio 2025 segna una data che potrebbe rivelarsi spartiacque nelle complesse relazioni commerciali tra Stati Uniti e Cina. Dopo anni di escalation tariffaria, schermaglie diplomatiche e guerre di logoramento doganale, le due potenze hanno raggiunto un accordo per una tregua di 90 giorni, che prevede una significativa riduzione reciproca dei dazi. Il ministero del Commercio cinese ha parlato di “progressi sostanziali” e ha espresso l’auspicio che Washington “corregga la cattiva pratica degli aumenti unilaterali”.
Secondo le informazioni diffuse da El País e confermate da fonti diplomatiche, gli Stati Uniti abbasseranno i dazi su un paniere di prodotti cinesi – in particolare elettronica, componenti per auto e semiconduttori – portandoli dal 145% al 30%. Dall’altra parte, Pechino ha deciso di ridurre le tariffe imposte su beni americani come il mais, la carne bovina e alcuni prodotti tecnologici, passando dal 125% al 10%.
Restano però in vigore alcune tariffe strategiche: Washington continua a imporre un 25% su acciaio, alluminio e automobili, mentre si riserva la possibilità di introdurre nuovi dazi nel settore farmaceutico. Pechino, da parte sua, mantiene in piedi barriere su alcune tecnologie sensibili e sulle piattaforme cloud americane.
La risposta dei mercati non si è fatta attendere. A Tokyo, l’indice Nikkei ha chiuso a +2,3%, trascinato dai titoli legati alla logistica e all’hi-tech. Anche le borse europee hanno beneficiato dell’accordo: Milano +1,8%, Francoforte +1,2%. Sul fronte delle criptovalute, il Bitcoin ha superato la soglia dei 105.000 dollari, galvanizzato da una prospettiva di minori tensioni macroeconomiche e meno rischi di stagflazione globale.
Un esempio concreto: Tesla, che produce in Cina per l’export verso gli Stati Uniti, ha visto le sue azioni salire del 4,7% in una sola giornata, proprio per l’effetto combinato della riduzione dei dazi e della maggiore prevedibilità dello scenario geopolitico.
Il vicepremier cinese He Lifeng ha descritto i negoziati come “franchi, approfonditi e costruttivi”. L’incontro di Ginevra tra le delegazioni ha posto le basi per ulteriori incontri che dovrebbero affrontare temi più spinosi: la protezione della proprietà intellettuale, l’accesso al mercato cinese per le Big Tech statunitensi e la trasparenza dei sussidi industriali.
Ma la realtà è che questa è una tregua, non una pace. Il 90 giorni non bastano per risolvere decenni di rivalità strategica. E gli analisti lo sanno bene.
Se da un lato si tratta di un allentamento reale delle tensioni, dall’altro si rischia di rientrare nel classico schema da “guerra fredda commerciale”. Le grandi aziende respirano, ma gli equilibri non sono affatto cambiati. La Casa Bianca, pur aprendo alla riduzione dei dazi, continua a investire nella reshoring industriale e nell’alleanza con India, Vietnam e Messico per ridurre la dipendenza dalla manifattura cinese.
La Cina, intanto, cerca di evitare una guerra economica frontale in un momento in cui la sua crescita interna rallenta: il PIL è cresciuto solo del 4,5% nell’ultimo trimestre, contro un obiettivo governativo del 5,2%.
Un precedente? L’accordo “Fase 1” del 2020 sotto l’amministrazione Trump si era arenato nel giro di mesi, con accuse reciproche di inadempienze.
Il nuovo accordo sui dazi è un sollievo tattico, utile a entrambe le parti per guadagnare tempo e rilanciare il dialogo. Ma i nodi strutturali – dalla concorrenza tecnologica alla sicurezza nazionale – restano irrisolti. È un equilibrio instabile, una tregua utile ma non sufficiente. E come sempre nella geopolitica economica, ogni concessione è temporanea, ogni stretta di mano ha un prezzo.
La partita è ancora tutta da giocare.



