Riad, Turchia, Bruxelles, Roma. Ecco come i grandi perdono la faccia

mercoledì, 14 Maggio 2025
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Gioco di scacchi o poker? Questa settimana, infatti, può essere decisiva sia per le sorti della geopolitica e geo-economia mondiale, sia nella conferma desolante che la partita dell’Ucraina e di Gaza è rimandata a data da destinarsi.

In soli cinque giorni i principali leader mondiali si giocheranno definitivamente la faccia.

Trump, alla fine, dopo i noti annunci urbi et orbi, ha ottenuto l’esatto contrario di ciò che desiderava; al momento ha ricompattato un’Europa finora inutile, lasciandola in mano a capi totalmente delegittimati o non così forti in patria (Macron e Merz), e a capi estranei a Bruxelles (Starmer). Domanda: la Von der Leyen è viva o morta? Non dovrebbe essere lei a parlare e guidare i “volenterosi”?

Se qualora avvenisse l’annunciato incontro a Roma tra la Meloni e Trump, sarebbe per lei il funerale politico.

E ancora: sempre il tycoon, con la guerra dei dazi, ha finito per ricompattare pure l’asse russo-cinese; ma d’altra parte, chi poteva farsi illusioni sull’erosione, sulla fine della consolidata e storica “area imperiale Mosca-Pechino”?

La Meloni, dal canto suo, affronta oggi un altro difficile momento mediatico e non solo. Al “premier-time” dovrà cercare di spiegare le sue intenzioni e i contenuti della telefonata di ieri ad Erdogan, tornato in auge come mediatore (perché neutrale rispetto ai giocatori). Anche perché la mediazione della nostra premier (con Trump e Bruxelles), se riesce la porterà alle stelle, se non riesce la porterà alle stalle.

Trump sa perfettamente che le sue quotazioni sono in caduta libera: a Riad ha pensato di rieditare l’accordo di Abramo, conciliando come al solito (non a caso si è portato dietro Musk), interessi economici e strategie politico-militari. Quella degli Usa è una postura nota e scontata, che viene sempre venduta come difesa dei valori occidentali, giusto per chi ci crede.

E qualora Putin andasse (ma non lo crediamo) in Turchia a incontrare uno spennato Zelensky (che ha già ceduto le sue terre rare), siamo pronti a giurare che il presidente Usa lascerebbe di corsa il Medioriente e i sovrani del petrolio, per accodarsi al duo.

Arriviamo allo zar. Se va da Erdogan dimostra che può fare a meno di Trump e delle sue pregresse condizioni “imperative”. In una prima fase, è indubbio, che si sono legittimati a vicenda; ma adesso la partita è più complessa. Putin gli rimprovera l’avvicinamento all’Europa con relative nuove sanzioni comminate secondo lui, da autentici “deficienti”.

Se non va, cosa probabile, mandando avanti la sua abile e rigida diplomazia, ribadisce un messaggio che i nostri politici, intellettuali ed esperti minimizzano o trascurano: oltre alla questione territoriale (l’intero Donbas), si tratta della cosiddetta “denazificazione” (lo smembramento militare e politico anti-russo dell’Ucraina).

Aspettiamo quindi, l’esito dei delicatissimi summit. Nel frattempo si continua a sparare. Qualcuno sul serio, qualcun altro a salve.

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