È durata un solo giorno l’euforia per la vittoria di Silvia Salis a Genova. Solo per un giorno, a sinistra, hanno gridato «uniti si vince». Ieri, Elly Schlein & compagni, sono già rimpiombati nella dura realtà: il campo largo non è un’alleanza politica, ma solo un precario cartello elettorale, che si forma soltanto nelle elezioni amministrative e neanche ovunque. È ancora in alto mare la nascita di fronte capace di contrastare a livello nazionale il governo del centrodestra.
A spegnere i bollori della segretaria Pd ha provveduto, come sempre, il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte. «A Genova -ha affermato- vince un progetto nato dal basso e inclusivo delle proposte della società civile. Sommare sigle non funziona e non consente di governare il giorno dopo». Tradotto dal politichese al linguaggio comune, il discorso suona più o meno così: a entrare in un’alleanza che parta dal M5S e arrivi a Italia viva, il leader pentastellato non ci pensa afffatto. E questo per il semplicissimo motivo che un governo che nascesse solo dalla somma dei voti dei partiti che lo sostengono avrebbe vita precaria, tormentata e breve. Renzi, come è noto, è il più fiero sostenitore della sommatoria delle opposizioni, ma non ha capito che a sinistra non lo vogliono. E non lo gradiscono non solo quelli del M5S ma anche ampi settori del Pd.
Volendo fare un ragionamento ancora più terra terra, dobbiamo notare che il partito di Conte, vinca o perda alla fine la coalizione di cui fa parte, si dissangua regolarmente ogni volta che entra in alleanza con il Pd. Unica eccezione è stata la Sardegna, ma solo perché la leader della coalizione, Alessandra Todde, era pentastellata.
Ovunque l’elettorato del M5S si defila se è costretto ad appoggiare un candidato che non sia il suo. E Genova ha confermato in pieno questa dura regola: il partito di Conte è sprofondato al 5,1% mentre quello di Schlein è volato al 29,4%.
Se, al dunque, il leader del M5S fa il difficile con il campo largo, è perché ha una buona ragione a frenarlo: in un’alleanza organica con il Partito democratico, il Movimento Cinque Stelle farebbe la parte del parente povero e dovrebbe contendere il secondo posto in coalizione con Avs. E tutto ciò, per Giuseppe Conte, è evidentemente intollerabile.
La verità è che il M5S è strutturalmente refrattario a qualsiasi alleanza. E lo dimostra il fatto che storicamente il Movimento ottiene il massimo dei consensi quando ha le mani libere. Se diventa organico a un progetto politico che vada oltre i suoi confini, perde la sua ragion d’essere, una motivazione che consiste essenzialmente nell’essere sempre e comunque “alternativo” agli altri soggetti politici. Ammenoché, come abbiamo già notato, non sia il suo leader a dare le carte. Ma ciò, nell’ipotesi del campo largo è pressoché impossibile. E questo Conte lo sa bene. Sa che, per il suo “popolo”, è meglio essere in tanti all’opposizione (e tanti proprio perché in splendido isolamento) che in pochi al governo. E sa anche che la sua posizione di leader vacillerebbe nell’ipotesi di un campo largo che lo vedesse in posizione di semplice gregario.
Non deve dunque ingannare il fatto che, la prossima settimana, Pd e M5S saranno insieme in piazza a manifestare per Gaza. Si tratterà solo di una passerella mediatica per Conte, Schlein e gli altri leader della sinistra. Ma ci vuole altro che un corteo per saldare un’alleanza politica. Alla fine della manifestazione, tutti se ne torneranno nelle proprie case. E amici come prima. Così pure sarà l’8 e il 9 giugno, in occasione del referendum. Anzi, in tale occasione, saranno molti i potenziali elettori del campo largo che neanche si muoveranno da casa. O che preferiranno andarsene al mare



