Referendum, vado ai seggi ma ritiro solo una scheda. Ecco quale

mercoledì, 4 Giugno 2025
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Referendum sì, referendum no. Astenersi è legittimo, ma non è bello. Da molti anni l’astensione è lo strumento privilegiato delle maggioranze per mantenere in vigore norme che l’opposizione vorrebbe abrogare. Non è bello perché determina l’affermazione di un’alleanza spuria tra contrari (al referendum) e indifferenti, laddove invece sarebbe bene che la volontà popolare emergesse sempre dopo un chiaro confronto di idee.  

Ma è inutile, di questi tempi, mettersi a fare le anime belle del patriottismo costituzionale o alzare il ditino a mo’ di reprimenda del malcostume proveniente dal cosiddetto popolo bue. Così funziona la politica nell’epoca della postdemocrazia, ci piaccia o no. Quello che serve è piuttosto cercare di capire la sostanza dei problemi in mezzo al chiasso della propaganda e nell’infuriare del politichese più stucchevole.

Per quello che riguarda l’appuntamento dell’8 e del 9 giugno, il problema è che si tratta della classica formula del referendum-insaccato, dove convivono problemi e quesiti eterogenei in un’unica proposta. Rifiutarli o accettarli in blocco non è la soluzione migliore.

Ho quindi deciso che andrò ai seggi, ma che ritirerò solo una scheda e rifiuterò le altre quattro. La scheda che ritirerò è quella che chiede l’abrogazione della norma che esclude la responsabilità solidale del committente, dell’appaltatore e del subappaltatore, per gli infortuni sul lavoro derivanti da rischi specifici dell’attività delle imprese appaltatrici o subappaltatrici.

È l’unico quesito serio. Gli altri sono pura ideologia. È serio perché mira a combattere la piaga degli omicidi bianchi nei cantieri. Ogni anno si contano in Italia 1000-1200 morti sul lavoro, praticamente 3 al giorno. Ogni giorno, mediamente, 3 operai escono al mattino da casa, salutano moglie e figli e non fanno più ritorno. Tutto questo senza poi contare i “fortunati” che rimangono “solo” feriti, parte di quali invalidi. Bisognerebbe inoltre calcolare il numero dei lavoratori che si ammalano a seguito dell’esposizione per anni a sostanze tossiche. Si tratta di una vera e propria emergenza sociale, sulla quale si versano regolarmente lacrime ipocrite dopo ogni tragedia che colpisce l’opinione pubblica. Ma poi tutto rimane come prima.

Non sarà certo sempre colpa di qualcuno. Ci saranno naturalmente tanti incidenti causati dalla pura fatalità. Ma è altrettanto certo che sono troppi i casi di morti o ferimenti causati dal mancato rispetto delle norme di sicurezza sul lavoro.

Estendere la responsabilità degli infortuni anche ai committenti o agli appaltatori (nel caso di danni a dipendenti di ditte subappaltatrici) serve se non altro a evitare lo scaricabarile ogni volta che accade qualcosa di grave.  Serve a responsabilizzare chi affida un appalto per la realizzazione di una qualsiasi opera (pubblica o privata che essa sia) a non affidarsi a imprese che non offrono le adeguate garanzie di sicurezza. Offrire tali garanzie comporta un costo? La vita e la salute dei lavoratori valgono ben più di qualsiasi calcolo economico.

Per quello che riguarda gli altri quesiti, si tratta, come dicevo prima, di questioni meramente ideologiche. E, come tali, dannose, oltre che inutili. Sono tali quelle che riguardano i contratti a tempo determinato a tutele crescenti, i contratti a termine in quanto tali, il tetto all’indennità per i licenziamenti nelle aziende al di sotto dei 15 dipendenti. Una vittoria del Sì in questi casi equivarrebbe a ingessare il mercato del lavoro in un momento di ripresa dell’occupazione. E ciò non è davvero auspicabile.

Poi, certo, non si può ignorare il problema della precarietà diffusa o quello del basso livello delle retribuzioni in Italia. Però tali problemi con si affrontano per legge ma aumentando i livelli di produttività del sistema. Pensare di risolvere tutto a colpi di decreto vuol dire ricadere nella vecchia ideologia iper-statalista che ha contribuito in passato a tarpare le ali all’economia italiana.

Uno spiccato profilo ideologico emerge anche nel quesito riguardante la condizione temporale minima (da dieci a cinque anni) per richiedere la cittadinanza italiana da parte dello straniero residente nel nostro Paese. Cinque anni sono decisamente pochi per dimostrare di avere reale interesse a entrare a far parte della nostra comunità politica. Ma per l’opposizione si tratta di un problema secondario. Quello che conta, per Elly Schlein & compagni, è ottenere una vittoria politica sul governo dopo tante sconfitte.

E allora possono andare bene anche 5 referendum in forma di insaccato, una formula  che serve solo a confondere le idee alla gente e a danneggiare la salute della politica, già compromessa per altre cause.

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