Un Paese disilluso, un popolo silente, e una sinistra che dimentica di votare persino per le sue battaglie storiche. Così si può riassumere il destino dei referendum dell’8 e 9 giugno 2025, che si sono chiusi con un risultato inequivocabile: quorum mancato, affluenza al 30% e un’aria pesante di resa democratica.
I dati parlano da soli:
•Il corpo elettorale italiano conta circa 50,3 milioni di aventi diritto al voto.
•L’affluenza si è fermata sotto il 30% traducendosi in circa 15 milioni di votanti.
•Per raggiungere il quorum servivano almeno 25 milioni + 1 voti. Ne sono mancati oltre 13 milioni.
Ma il dato ancora più significativo riguarda l’elettorato di sinistra, che avrebbe dovuto essere il naturale bacino di sostegno a questi quesiti referendari (molti dei quali promossi dalla CGIL e sostenuti da Elly Schlein).
Nel 2022, secondo i dati ufficiali, circa 38% degli elettori italiani si dichiaravano di orientamento progressista o simpatizzanti della sinistra. Questo corrisponde a oltre 19 milioni di persone. Eppure, ai seggi si sono recati solo 14-15 milioni di elettori complessivi, senza alcuna certezza che fossero tutti di sinistra.
Risultato? Anche ipotizzando – in modo ottimistico – che tutti i 14-15 milioni di votanti siano stati elettori progressisti, mancherebbero comunque oltre 4 milioni di votanti “di casa” all’appello.
In termini percentuali, solo il 65% circa del potenziale elettorato di sinistra ha partecipato, e questa è un’ipotesi generosa. Più probabilmente, meno della metà degli elettori progressisti ha ritenuto opportuno recarsi alle urne.
Nei giorni precedenti al voto, la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein aveva lanciato l’obiettivo simbolico dei “12 milioni” di votanti come soglia minima per dare forza politica all’iniziativa, anche in caso di mancato quorum.
Quel numero è stato probabilmente raggiunto, ma non rappresenta un successo: se serviva a misurare la capacità mobilitante della sinistra, ha invece certificato una pesante défaillance. Raggiungere 12 milioni in un Paese con oltre 50 milioni di aventi diritto significa una partecipazione del 23,8%, ben al di sotto della soglia utile e ben lontana dalle mobilitazioni popolari del passato.
Non si tratta solo di una questione politica, ma di legittimità democratica. Il referendum abrogativo, strumento potente di partecipazione popolare, è ormai ridotto a rito inefficace. Non è un caso che, dal 1995 ad oggi, solo il referendum sul nucleare del 2011 abbia raggiunto il quorum: un’eccezione trainata dalla paura post-Fukushima e dal contemporaneo voto sull’acqua pubblica.
Tutti gli altri tentativi si sono arenati, tra indifferenza, disinformazione e calcoli politici. Anche quest’anno, nonostante una campagna costosa (la sola CGIL ha speso oltre 230.000 euro in pubblicità social), non si è generato alcun entusiasmo diffuso, nessun fronte trasversale di partecipazione.
Questa tornata referendaria mette a nudo un fatto difficile da ignorare: la sinistra, pur proponendo temi fondanti come il lavoro, i diritti e il salario minimo, non riesce più a trascinare le masse. Né i sindacati, né i partiti, né i leader sembrano in grado di parlare un linguaggio che arrivi ai cittadini.
Il problema non è più solo organizzativo, ma culturale. Non basta avere ragione: bisogna anche saperla raccontare, mobilitare corpi e coscienze, trasformare una scheda elettorale in un atto di fiducia collettiva. E questo, oggi, non accade.
Il referendum 2025 si chiude nel silenzio. Non solo dei risultati, ma di un’Italia che non crede più che il voto serva a cambiare qualcosa. Una sinistra ingessata, non più in grado di mobilitare il suo stesso popolo è una sinistra in crisi esistenziale. E un Paese che non partecipa, è un Paese che rischia di lasciare in mano a pochi – sempre gli stessi – le leve della decisione.
Serve una rifondazione. Non solo dei contenuti, ma del metodo. Perché la vera sconfitta non è quella di un referendum, ma quella di una cittadinanza che ha smesso di riconoscersi nella partecipazione stessa.



