Musk e il suo partito “anti-Trump”: c’è o ci fa?

lunedì, 7 Luglio 2025
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Partiamo dalla cronaca. Nel giorno delle celebrazioni dell’Indipendenza americana, il 4 luglio scorso, Elon Musk, come noto, ha annunciato la nascita dell’America-party, un nuovo partito politico, tutto suo (tanto le disponibilità economiche ce l’ha).

Una decisione a lungo meditata, che fa il paio con quanto Ennio Flaiano diceva: “La situazione è grave, ma non seria”.

Le ragioni, oltre al progressivo allontanamento personale da Trump (si legga la legge fiscale appena approvata), la lotta contro il nuovo radicato duopolio “Trump-anti Trump” (attuale declinazione dell’ex bipolarismo storico Usa “repubblicani-democratici”), considerati ormai le facce della stessa medaglia; ossia, un pericoloso monopolio-direttorio che sta uccidendo la democrazia. E l’obiettivo infatti, è restituire ai cittadini proprio quella libertà che stanno perdendo.
Un insieme di populismo e di trionfalismo epico-drammatico, in perfetta coerenza con le più pure regole della società digitale.

E non a caso la legittimazione del progetto del magnate sudafricano è stato il “disco verde via web” (modello piattaforma Rousseau).

La domanda rivolta urbi et orbi è stata questa: “Dovremmo creare l’America Party?”. Gli utenti che hanno votato, in 1.248.856, si sono espressi per il 65,4% a favore, e per il 34,6% contrari.

Una maggioranza relativa ritenuta sufficiente per scendere in campo, o minacciare di farlo.

La reazione del tycoon, ex amico e beneficiario dei suoi cospicui finanziamenti durante la campagna elettorale, non si è fatta attendere. Il primo attacco è stato dopo le proteste relative alla legge fiscale (“si lamenta perché ho tolto gli sgravi alle sue macchine elettriche”); il secondo, appunto dopo l’annuncio dell’America Party: “Pensa solo a giocare”.

Il tema vero è che nell’era del partito “post-ideologico informatico”, il gioco e la serietà, la pancia e il cuore (escluso il cervello), marciano di pari passo. Sono la stessa cosa.

E’ da anni che i partiti non sono più il frutto di un consenso culturale radicato o di una società civile che pensa a programmi veri per garantirsi il futuro, ma solo a reazioni epidermiche, basate sulla paura e sul sogno da fiction; istinti e sentimenti di massa che il populismo mediatico, tradotto in populismo politico, sa intercettare.

E’ la triste storia di un Occidente in perenne crisi valoriale e di un sistema di democrazia parlamentare arrivato alla fine, specchio della “società delle pulsioni dell’io”, dove ogni desiderio deve diventare un diritto.
Un sistema, dove cultura di governo, cultura politica, e senso delle istituzioni, sono surrogate dalla parodia della democrazia diretta: una democrazia mediatica, liquida, che semplifica tutto e tutti. Come il consenso. Basti ricordare anche da noi, leader che sono passati dalle stelle alle stalle in un nanosecondo (Salvini, Ranzi, Grillo etc).

Sì perché, i cittadini ti votano in base agli annunci, poi ti puniscono in base ai fatti. E questa è l’unica residuale ancora di salvezza per chi si rifiuta di vedere gli egoismi, i capricci e i meri interessi soggettivi, trasformarsi in partiti politici. In ricette malate per la nazione.

Comunque vada il dato è tratto, adesso il primo passaggio di Musk è la registrazione del nome (Amep) presso la Commissione elettorale federale, condizione formale per correre alle elezioni.
Se son rose s-fioriranno.

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