Il casus belli è un rapporto dell’Onu. Si intitola: “Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio”, presentato la settimana scorsa, in cui sono elencate ben 45 aziende private che sosterrebbero direttamente o indirettamente l’esercito israeliano e l’occupazione dei territori palestinesi facendo «profitti sulla distruzione di vite innocenti». Inutile ricordare che, nello specifico, la stragrande maggioranza di tali aziende è statunitense. Il documento, durissimo, l’ha steso Francesca Albanese, giurista italiana, originaria di Ariano Irpino, relatrice speciale delle Nazioni Unite per i Territori palestinesi, toccando così il nervo scoperto dell’amministrazione Trump, al punto che il segretario di Stato Marco Rubio si è affrettato a criticare gli «illegittimi e vergognosi sforzi di Albanese per fare pressione sulla Corte Penale Internazionale affinché agisca contro funzionari, aziende e leader statunitensi e israeliani», preannunciando una serie sanzioni ai danni della funzionaria italiana. Ora cosa Rubio intenda per sanzioni, in quale misura e quali effetti possano produrranno resta materia astratta. Il Dipartimento di Stato non è entrato nei dettagli, anche se è plausibile che alla Albanese sarà vietato l’ingresso negli Stati Uniti (come le è già vietato, da oltre un anno, in Israele). Lei non si scompone: «Ho parlato del fatto che a Gaza sono state ammazzate 60mila persone, fra cui 18mila bambini. La notizia non sono io, ma il tentativo di silenziare le denunce di genocidio. Questa è solo l’ultima mossa disgraziata degli Stati Uniti dopo il mio ultimo rapporto».
Siamo nel bel mezzo di un caso internazionale dal quale emerge la drammatica spaccatura dell’Occidente il quale preferisce però celarsi sempre più nelle pieghe di un’ipocrita e ormai inefficace azione diplomatica.
Il presidente dei Consiglio dei Diritti Umani dell’Onu, l’ambasciatore svizzero Jürg Lauber, ha deplorato le sanzioni annunciate dall’amministrazione Usa di Donald Trump, per bocca del segretario di Stato, Marco Rubio, contro la giurista italiana: «E’ dovere di tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite, Usa inclusi, di «collaborare pienamente con i relatori speciali e i titolari di mandati affidati dal Consiglio; e di astenersi da qualunque atto d’intimidazione o di rappresaglia contro di loro».
Al fuoco di fila delle opposizioni italiane, il governo ha finora risposto con un muro di gomma, “comprensibile” quando si tratta di vicende così delicate che afferiscono all’intricato reticolo della diplomazia internazionale e dei rapporti tra Stati. Ma non basterà.
Tuttavia è in casi del genere riaffiorano tutti i dubbi sull’Unrwa, l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi che fornisce assistenza, protezione e difesa dei diritti ai rifugiati palestinesi. Istituita nel 1949, opera in Giordania, Libano, Siria, Cisgiordania e Striscia di Gaza, fornendo servizi essenziali come istruzione, assistenza sanitaria, servizi sociali e assistenza di emergenza. Un unicum nel suo genere. Per la cronaca, solo per la cronaca, ha finora aiutato 700mila persone a Gaza e ha un mandato prolungato in eterno, come la questione palestinese, ma nelle sue scuole, scrisse tempo fa il Corriere – sono stati allevati quasi tutti i terroristi di Settembre Nero, quelli della strage di Monaco 1972 e, l’inafferrabile Mohamed Deif, comandante delle brigate al-Qassam che il 7 ottobre hanno macellato 1.200 ebrei nei kibbuz e nel deserto del Negev.
L’agenzia è finanziata dalla comunità internazionale (340 milioni di dollari dagli Stati Uniti, 114 dall’Unione Europea, 18 dall’Italia). L’Unrwa è il retroterra professionale di Francesca Albanese, poi diventata relatrice speciale del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite e finita al centro di dure polemiche a causa delle sue posizioni fortemente filopalestinesi: risale a luglio 2022 lo scontro – continua il Corriere – alla Camera con Piero Fassino, che le imputava carenza di “terzietà”, venendo a sua volta contestato dalla sinistra massimalista sulla scorta di rapporti di Human Rights Watch e Amnesty nei quali Israele è accusata di praticare l’apartheid. La medaglia ha, come sempre, due facce. La Ong Un Watch (molto vicina a Israele ma molto accurata nel denunciare i limiti e le notevoli contraddizioni dell’Onu) ha diffuso in questi giorni un dossier («L’odio nasce qui») in cui, recensendo i profili social dello staff e dei maestri dell’agenzia, ne ha identificati 153 che incitano all’antisemitismo e al terrorismo.
E’ del tutto evidente che la situazione in Medioriente sia difficilmente governabile, è possibile che le storiche posizioni filopalestinesi di Francesca Albanese abbiano potuto anche solo minimamente influenzare il suo ultimo rapporto, è altrettanto evidente che Israele a Gaza sia andato ben oltre il legittimo diritto di proporzionalità in risposta alla strage del 7 ottobre, ma adesso è lecito attendersi una parola, una soltanto, dal governo italiano sulla vicenda. Anche di maniera, in fondo Francesca Albanese è pur sempre una cittadina italiana finita nel pieno di una bufera internazionale.



