Leone XIV ha spedito per posta la sua scheda per le elezioni di metà mandato degli Stati Uniti di martedì 3 novembre. Lo ha confermato la Sala Stampa vaticana il 30 ottobre. È la prima volta, di cui si abbia notizia, che un Papa in carica vota in un’elezione politica.
Il motivo è semplice. Robert Francis Prevost, nato a Chicago ed eletto Papa l’8 maggio 2025, è ancora cittadino americano. È iscritto alle liste elettorali di New Lenox, nella contea di Will, e il 3 ottobre ha chiesto il voto per corrispondenza, che in Illinois è aperto a tutti. Secondo il Vaticano ha sempre votato quando poteva, anche negli anni da missionario in Perù, perché crede nel «diritto e dovere dei cittadini di partecipare ai processi democratici».
Per chi abbia votato resta segreto. Quel che è certo è che per il volatile il viaggio è stato lungo. Sulla scheda ci sono la corsa per il seggio al Senato che vedrà l’eredità del democratico Dick Durbin passare al suo successore, la corsa a governatore con l’uscente JB Pritzker e varie consultazioni locali. A livello nazionale si rinnovano tutta la Camera e circa un terzo del Senato: un test per la seconda presidenza Trump. Lo stesso Trump che ad aprile aveva definito Leone XIV «debole» sul crimine e «pessimo» in politica estera, dopo le critiche del Pontefice alla guerra in Iran.
Un gesto da cittadino, dunque. Ma dietro questa scheda potrebbe celarsi anche un messaggio indiretto?
Il voto arriva in una campagna in cui la religione è entrata nel dibattito politico con un’intensità insolita. Ieri su Rai3 l’arcivescovo Timothy Broglio, ordinario militare degli Stati Uniti ed ex presidente dei vescovi americani, ha denunciato il tentativo di trarre «profitto» dalla fede. Parlando del capo del Pentagono Pete Hegseth, che dallo scorso anno si fa chiamare «segretario alla Guerra», ha aggiunto che l’idea di un «esercito cristiano» è molto preoccupante.
Nel mondo cattolico cresce il timore che la fede diventi uno strumento di consenso. Il 22 ottobre dodici vescovi, ricevuti alla Casa Bianca per parlare di immigrazione e scuole, hanno pregato attorno a Trump nello Studio Ovale. Poco dopo lo staff presidenziale ha diffuso foto e video. L’arcivescovo di Milwaukee Jeffrey Grob si è scusato pubblicamente: i vescovi non avevano autorizzato la diffusione, ha spiegato, e non erano andati lì per una foto elettorale. Il vescovo di Des Moines William Joensen ha parlato di un incontro sfruttato a fini di parte. La Casa Bianca ha respinto le critiche, rivendicando il sostegno del presidente ai cattolici.
Gli stessi cattolici che nel 2024 avevano premiato il leader repubblicano. Da allora, però, il gradimento dell’inquilino della Casa Bianca tra loro è in calo, anche a causa delle politiche migratorie. Ed è proprio su immigrazione e guerra in Iran che Leone XIV e il presidente sembrerebbero essersi scontrati più volte.
Il gesto di Papa Leone, dunque, sembrerebbe cadere nel momento in cui ogni parola sulla fede viene letta in chiave elettorale.
Ed è proprio in questo triste scenario, che questo passo potrebbe essere un invito ai cattolici a scegliere secondo coscienza più che per appartenenza, evitando di farsi condizionare dalle polarizzazioni della retorica elettorale. Un gesto spontaneo che potrebbe essere classificabile come una risposta silenziosa alla fede esibita in campagna elettorale: un voto privato, senza foto né proclami, all’opposto della preghiera nello Studio Ovale. La continuità di un’abitudine di sempre, un gesto naturale, di cui il Papa non ha dato alcuna indicazione; su temi come aborto e libertà religiosa le sue posizioni restano vicine a quelle di molti elettori conservatori.
Che si tratti di un messaggio indiretto o di un semplice dovere civico, può essere solo che ipotizzato. Le intenzioni di quest’azione restano chiuse nell’urna, come il voto di ogni elettore.
E forse il suo significato più sicuro è proprio quello indicato dal Vaticano:
il voto di un cittadino che considera la partecipazione democratica un diritto e un dovere, anche quando siede sul soglio di Pietro. E perché no? Un cittadino in attesa del verdetto, che arriverà nella notte tra il 3 e il 4 novembre.
Ludovica de Sena Plunkett



