«Blu, le mille bolle blu, che volano e volano e volano…». Uno Zio Sam con i lineamenti di Donald Trump, decisamente contrito, con una pistola giocattolo spara delle innocue bolle di sapone verso il Cremlino. Si tratta di una foto generata dall’intelligenza artificiale con cui Ria Novosti, una delle tre agenzie di stampa statali russe, ha illustrato il suo commento all’annuncio fatto dal presidente americano sul nuovo appoggio militare all’Ucraina. Un vero sberleffo, altro che Trump neo-Papa Leone XIV o Superman, eroe nazionale dei Maga. Più o meno è questo ciò che pensano oggi a Mosca del magnate americano e poiché per l’inquilino della Casa Bianca la comunicazione per immagini conta moltissimo, si tratta di uno smacco clamoroso al suo ego smisurato.
«Se questo è tutto ciò che Trump intendeva dichiarare oggi sull’Ucraina, è tanto fumo e poco arrosto – commenta laconico il vicepresidente della Duma Konstantin Kossacyov – in 50 giorni quante cose possono cambiare sul campo di battaglia e negli umori dei leader della Nato e degli Usa», ha aggiunto Kossacyiov sul suo canale Telegram. Riferendosi poi al fatto che i Paesi europei dovranno pagare a Washington gli armamenti per l’Ucraina, ha poi sarcasticamente detto: «Dovranno sborsare, il formaggio gratuito per loro era in una trappola per topi. C’è solo un beneficiario: il complesso militare-industriale degli Stati Uniti. A Kiev – conclude il vicepresidente della Duma – non resta che continuare a combattere fino all’ultimo ucraino, dal momento che è il destino che si sono scelti».
Il falco del Cremlino Dmitry Medvedev, vicesegretario del Consiglio di Sicurezza nazionale russo, va molto oltre: «Si è trattato solo un ultimatum “teatrale” del quale alla Russia non è importato niente. Il mondo è rabbrividito aspettando le conseguenze, la bellicosa Europa è rimata delusa». Entra nel merito Pjotr Tolstoj, trisnipote del grande romanziere di Guerra e Pace e vicepresidente della Duma, la Camera Bassa del Parlamento russo «Non ci sono basi per una nostra sconfitta in Ucraina. Gli Usa stanno cercando di tirarla per le lunghe, ma il risultato alla fine sarà quello che si è prefissato la Russia. È una pessima idea porre ultimatum o chiedere tregue. Gli ultimatum li intima chi vince, non chi perde. Quando gli scambi commerciali sono inesistenti, l’effetto dei dazi è nullo. Da noi è chiaro a tutti, tanto che, grazie alle dichiarazioni di Trump, gli indici della nostra Borsa sono persino aumentati. Le armi all’Ucraina? Sarà la rovina dei Paesi dell’Alleanza Atlantica – spiega – dovranno pagare agli Usa le armi da dare a Kiev a scapito del loro welfare. E noi queste armi le distruggeremo insieme a chi le manovrerà».
L’ultima uscita di Trump, in ordine di “confusione”, riguardava l’ultimatum al leader del Cremlino: «Applicheremo dazi molto severi se non raggiungeremo un accordo di pace entro 50 giorni e saranno al 100%». Tuttavia, successivamente alla Bbc il presidente americano ha ribadito la sua delusione verso il collega russo Putin per la prosecuzione della guerra in Ucraina, ma ha aggiunto di non essere ancora pronto a una rottura. Pressato a spiegare come intende mettere fine a quello che lui stesso definisce “il bagno di sangue” della guerra russa ucraina, la risposta è stata: «Ci stiamo lavorando».
Trump è tornato quindi a raccontare del suo ultimo colloquio telefonico con il presidente russo: «Abbiamo avuto una grande conversazione. Gli ho detto: “Bene così, penso che siamo pronti ad avvicinarci a chiudere la guerra. E poi però lui ha tirato giù un palazzo a Kiev”». Incalzato sulla Nato, che in passato egli aveva definito obsoleta, il leader della Casa Bianca ha spiegato di aver cambiato idea, rivendicando alle sue pressioni il fatto che l’Alleanza Atlantica stia diventando l’opposto che obsoleta: un’organizzazione nella quale ciascuno paga i suoi conti.
Intanto, se nel frattempo qualcuno non se fosse accorto, la guerra civile siriana, entrata nel suo 15esimo anno, scrive un’altra sanguinosa pagina di storia, con l’uccisione di almeno un centinaio di persone, in larga parte miliziani drusi e loro rivali beduini sunniti, sostenuti dalle forze governative. Una recrudescenza a sfondo confessionale che avviene mesi dopo la presa del potere da parte dell’ex miliziano qaedista Ahmad Sharaa (Jolani), autoproclamatosi presidente di un paese ormai non più alleato di Iran e Russia ma sempre più vicino a Stati Uniti e Israele. Giusto per ricordare quanto sia sul punto di esplodere la polveriera lungo il fronte orientale del continente euro-asiatico.



