In un mondo iperconnesso dove ogni crisi sembra esplodere in tempo reale, Gaza resta un’anomalia strategica: una tragedia umanitaria ciclica che non viene mai davvero risolta.
Ma dietro la retorica dei “cessate il fuoco” e degli “aiuti internazionali”, Gaza è diventata un nodo redditizio e funzionale per molti.
Israele, ad esempio, beneficia indirettamente della situazione: l’instabilità a sud giustifica spese militari crescenti (il bilancio della difesa 2024 è salito a oltre 24 miliardi di dollari), rafforza il settore della sicurezza privata (con esportazioni che superano i 12 miliardi l’anno) e congela ogni serio processo di pace, disinnescando la minaccia di uno Stato palestinese legittimo e unitario.
Hamas, radicale e armato, è perfetto per chi vuol dire “non c’è interlocutore”.
L’Iran, con appena 100-150 milioni l’anno di aiuti non ufficiali a Gaza, ottiene un ritorno geopolitico enorme: proietta forza verso Israele, complica i piani sauditi di normalizzazione e tiene alta la tensione regionale senza dover sparare un colpo. Per Teheran, Gaza è un investimento a bassissimo costo, e con grande ritorno d’immagine nei circoli sciiti e anti-occidentali. Anche Turchia e Qatar giocano la loro partita. Il piccolo emirato ha versato oltre 1,6 miliardi di dollari in aiuti a Gaza dal 2012, ottenendo in cambio visibilità internazionale e legittimazione diplomatica. Erdogan invece usa Gaza per parlare al mondo arabo sunnita e per rinforzare il suo ruolo di “difensore dei musulmani”, mentre al contempo firma accordi energetici con Israele nel Mediterraneo.
L’Egitto, pur dichiarandosi parte neutrale, controlla il valico di Rafah come leva geopolitica. Ogni apertura o chiusura vale concessioni economiche da UE e Stati Uniti.
Il Sinai, instabile, giustifica la militarizzazione della regione e una politica repressiva interna.
E poi c’è l’Occidente, che predica pace e pratica cinismo.
Gli USA, con 3,8 miliardi di dollari di aiuti annui a Israele, restano l’ombrello protettivo indispensabile a Tel Aviv. Ma non intervengono mai troppo, perché il caos è contenuto e utile.
Per l’Europa Gaza è lontana, ma giustifica il blocco navale, accordi per il contenimento migratorio, e contratti di sorveglianza e difesa: Leonardo, Rheinmetall, Thales.
I mercati ci scommettono sopra. Ogni escalation fa salire il prezzo del petrolio (il Brent è salito del 6,4% nella sola settimana del 7 ottobre 2023), alimenta la domanda di oro (+9% su base annua) e fa guadagnare i fondi speculativi che investono in volatilità controllata.
Gaza è diventata un “conflitto gestibile” per eccellenza: si incendia, fa notizia, poi si spegne quel tanto che basta per non diventare ingestibile. E si riparte. Le grandi ONG vi muovono milioni di euro all’anno, le agenzie ONU restano finanziate, i think tank producono dossier. È un’economia della crisi. E l’Italia? L’Italia potrebbe essere l’unico attore occidentale in grado di giocare un’altra partita, richiamandosi alla propria tradizione morotea: equilibrio, credibilità bilaterale, autonomia. Dai tempi di Mattei, Moro e Craxi abbiamo costruito in Medio Oriente canali di dialogo oggi dimenticati. Eppure, potremmo essere proprio noi a proporre una nuova road map, fondata su sviluppo, diritti, infrastrutture. Gaza non è solo una tragedia, è lo specchio della geopolitica ipocrita. Se vogliamo davvero cambiarla, dobbiamo iniziare a chiederci non solo chi bombarda o chi muore. Ma anche chi incassa, e perché tutti fingono che vada bene così.



