A oltre tre anni dall’inizio della guerra, la vera domanda non è più soltanto “chi vince sul campo”, ma chi riesce a reggere i conti. Perché la guerra, prima ancora che missili e carri armati, è numeri: deficit, debito, entrate fiscali, capacità di produrre armi e di finanziarle.
La Russia ha dimostrato una resilienza sorprendente. Nel 2024 il PIL è cresciuto del 3,5% secondo il FMI, trainato dall’industria bellica e dall’export energetico. Le entrate fiscali da gas e petrolio hanno garantito circa 120 miliardi di dollari, nonostante il tetto al prezzo imposto dall’Occidente. Mosca ha spostato i flussi verso Cina e India, accettando sconti fino al 30% sul greggio Urals, ma mantenendo comunque liquidità. L’inflazione si è stabilizzata al 7%, la disoccupazione resta bassa (3,2%), ma il rovescio della medaglia è chiaro: il 40% della spesa pubblica 2025 è destinato alla difesa. Un modello sostenibile a lungo? No. Significa meno investimenti in infrastrutture, sanità, istruzione. Significa un’economia di guerra, gonfiata oggi ma potenzialmente fragile domani.
L’Ucraina, invece, vive solo grazie alla flebo occidentale. Nel 2025 il bilancio statale registra un deficit superiore al 20% del PIL. Kiev ha speso 43 miliardi di dollari in spese militari, pari a più della metà del budget nazionale. Le entrate fiscali coprono appena un terzo del fabbisogno: il resto arriva da prestiti e sovvenzioni di UE, USA e FMI. Bruxelles ha già approvato oltre 200 miliardi di euro di aiuti complessivi, Washington circa 70 miliardi di dollari. Senza queste cifre, l’economia ucraina collasserebbe in settimane. La produzione industriale è scesa del 30% rispetto al 2021, milioni di cittadini sono emigrati, la moneta dipende dagli swap in dollari ed euro.
In sintesi:
• La Russia regge oggi grazie a export energetico e controllo autoritario dei consumi.
• L’Ucraina regge domani solo se l’Occidente paga, trasformando la guerra in una partita di resistenza più finanziaria che militare.
Chi non può permettersi di fermarsi? Entrambi. Mosca perché legittima il regime con la guerra; Kiev perché senza guerra non avrebbe più flussi occidentali. Ma chi rischia di non poterla portare avanti per motivi economici puri? L’Ucraina per prima. La Russia, con tutti i suoi squilibri, ha ancora benzina (e gas) da bruciare. Kiev invece dipende ogni mese dall’arrivo puntuale di miliardi che non produce da sola.
È l’economia di guerra del XXI secolo: non si misura solo in missili, ma in bilanci che traballano.



