Ieri il premier francese Francois Bayrou aveva probabilmente le paturnie. Erano da poco passate le 19.00 quando, da Palais Matignon, è partito un attacco a freddo contro Palazzo Chigi. Il capo dell’esecutivo transalpino ha accusato il governo italiano di praticare «dumping fiscale».
Che gli è preso al vecchio marpione della politica francese? A Roma sono rimasti stupiti e indignati. Bayrou ha, sì, tutti i motivi per essere di malumore, visto che il prossimo 8 settembre dovrà fare fagotto a causa della mozione di sfiducia che gli ha lanciato contro il partito socialista, cioè uno dei principali sostenitori del suo governo. Ma perché prendersela con l’Italia?
Paturnie a parte, la spiegazione sta forse nell’intenzione del premier di lanciare, passando per l’Italia, un “avvertimento” ai seguaci di Raphael Glucksmann sul tema della politica fiscale. I socialisti vorrebbero infatti introdurre una nuova tassa sui patrimoni dei super abbienti. Di qui l’idea di bloccare il nuovo balzello con l’argomento farlocco del nostro presunto dumping fiscale. State attenti a non introdurre certe stangate -è la sostanza del ragionamento di Bayrou- perché altrimenti un bel po’ di capitali varcherà le Alpi. «I cittadini più abbienti -paventa il premier- lascerebbero la Francia perché ormai esiste una specie di nomadismo fiscale», vale a dire la tendenza dei ricchi di andare a vivere dove più conviene ai paperoni globali. E tra questi luoghi più convenienti ci sarebbe il nostro Paese. Il riferimento di Bayrou è alla flat tax a vantaggio dei milionari che trasferiscono la loro residenza in Italia.
L’attacco di Bayrou è in realtà del tutto ingiustificato, perché l’entità dei trasferimenti patrimoniali dalla Francia all’Italia non è tale da motivare alcuna preoccupazione del governo di Parigi. Scontata e giustificata è l’indignata reazione arrivata a stretto giro dal nostro governo. «L’Italia – si legge in una nota di Palazzo Chigi – non applica politiche di immotivato favore fiscale per attrarre aziende europee e, con questo governo, ha addirittura raddoppiato l’onere forfettario in vigore del 2016 a carico delle persone fisiche che trasferiscono la residenza in Italia».
La verità è un’altra e risulta evidentemente sgradita ai “cugini” d’oltralpe. E ciò perché sfata molti stereotipi e pregiudizi antitaliani che circolano ancora in Europa: «L’economia italiana – si legge ancora nella nota del nostro governo- è attrattiva e va meglio di altre grazie alla stabilità e credibilità della nostra nazione».
Nessuno osa più parlare di Italia “instabile” e “spendacciona”. Il vero ammalato d’Europa è oggi la Francia, che ha cambiato tre governi in un solo anno e che presenta un bilancio pubblico da far paura. Bayrou cerca solo di attrarre qualche misero consenso facendo leva sulla storica antipatia dei francesi verso gli italiani.
Ma non c’è solo la rabbiosa disperazione di un premier pericolante a spiegare questo inusitato attacco del governo francese a quello italiano. Si nota anche, in controluce, la vecchia ruggine tra Emmanuel Macron e Giorgia Meloni, una reciproca avversione rinnovata in questi ultimi giorni dalla popolaresca provocazione («attaccati al tram») lanciata da Matteo Salvini all’indirizzo dell’inquilino dell’Eliseo a proposito dell’insistenza di “monsieur le président” sull’idea di inviare truppe europee a garanzia della pace (quando sarà, se mai ci sarà) tra Ucraina e Russia, idea che incontra, come è noto, la netta contrarietà italiana. Sembra che l’Eliseo sia rimasto piuttosto indispettito dal silenzio della premier italiana, dal fatto, cioè, che Meloni non abbia pubblicamente preso le distanze dal vicepresidente del Consiglio.
Ma anche qui le vere ragioni sono più grandi e complesse. E vengono tutte dalla divergenza profonda tra Italia e Francia nell’approccio alla questione ucraina. Al velleitarismo e all’ideologismo di Macron fa riscontro il realismo e la concretezza di Meloni. A che servirebbe inviare soldati europei se la Russia non vuole realmente la pace? Non c’è il rischio di mandare questi ragazzi allo sbaraglio? Chi pagherebbe poi i costi? Salvini ha detto in modo colorito e irriverente quello che, in fondo, pensa anche la premier. Perché Giorgia deve sconfessare Matteo se, su questo delicatissimo punto, è sostanzialmente d’accordo col suo vice premier nonché alleato di coalizione?



