Risse e radicalizzazione: sotto il vestito della politica nulla, mentre il Paese è altrove

sabato, 20 Settembre 2025
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Gli stereotipi del nemico interno come nuovi strumenti di lotta politica presero rapidamente piede agli inizi del Novecento, per i fatti legati all’intervento dell’Italia in guerra, segnando l’inizio di una sistematica esecrazione del dissenso. Fenomeno cresciuto nel corso dei decenni ed esploso nel secondo Dopoguerra.

La rissa tra deputati di maggioranza e di opposizione, scoppiata appena venerdì scorso alla Camera dopo l’approvazione in terza lettura della legge per la riforma della giustizia, dimostra, un secolo e passa dopo, che lo scontro politico ha subito un ulteriore salto di qualità assumendo i connotati della vera e propria radicalizzazione, ovvero l’ottusa e acritica demonizzazione dell’avversario anche grazie alla parallela e spesso distorta penetrazione dei social.

Per due settimane, politici di ogni rango, leader, dignitari, peones, si sono fronteggiati con dichiarazioni di fuoco sulla missione umanitaria di soccorso (o presunta) Global Sumud Flotilla, che coinvolge trenta navi e circa 200 attivisti da 44 Paesi diretta a Gaza. Ebbene, pur avendo notizie frammentarie, non essendo materialmente a bordo e non prevedendo l’esito della spedizione, parlamentari, politologi, ideologi, editoriali di questa o di quella “contrada” hanno inondato le agenzie di stampa con comunicati livorosi e strumentali. Senza dimenticare i duelli rusticani sull’Autonomia differenziata. In mezzo, il vuoto. Ciò che manca è l’analisi onesta e concreta delle questioni, la volontà di confrontarsi seriamente su argomenti che riguardano il bene del Paese reale e, quindi, gli interessi dei cittadini. In più c’è un paradosso. Non solo la gente si sente sempre più lontana dalla politica disertando in massa le urne, ma resta quasi indifferente anche ai motivi che radicalizzano lo scontro tra i partiti, perché non li conosce. 

Un interessante sondaggio di Youtrend sulla separazione delle carriere offre un quadro sorprendente. Secondo la rilevazione, il 58 % degli italiani esprime molta o abbastanza fiducia nei magistrati, un dato secondo solo a forze dell’ordine (68 %) e forze armate (67 %), e ben più alto del 35–34 % di fiducia verso Parlamento e Governo. La stima per la magistratura è però condizionata da un deficit di conoscenza: il 57 % degli intervistati ammette di non sapere distinguere tra pubblico ministero e giudice.

I problemi percepiti restano invece inevasi: il 48 % indica la lentezza dei processi, il 20 % la carenza di personale e risorse, mentre appena il 9 % denuncia la politicizzazione dei giudici. Un fatto emerge con chiarezza: il Paese è altrove. In questo caso, la polarizzazione tra politica e magistratura resta lontana dalla sensibilità degli italiani, che chiedono invece efficienza e investimenti.

Una delle analisi più lucide l’ha fatta Gian Maria Fara, presidente di Eurispes presentando il Rapporto 2025: «Nella società italiana – afferma – sono evidenti i segnali di alcune tendenze che rischiano di minare l’equilibrio democratico. Si parte dalla “sfiducia sistemica”, l’immagine dell’Italia come un paese in declino, una prospettiva pessimista sul futuro delle giovani generazioni, e si passa da sentimenti di distanza o di vera e propria contrarietà rispetto alla politica, accusata di parlare tanto, ma di fare poco, o di avere degli interessi in contrasto con il benessere della gente comune». Quindi ancora il richiamo alle questioni insolute sulle quali i cittadini chiedono risposte.

Poi un richiamo indiretto alla politica: «Noi tutti dovremmo compiere ogni sforzo per considerare la vera realtà che abbiamo di fronte. Dovremmo sforzarci di intenderla e affrontarla, appunto, con un “pensiero essenziale”, mettendo da parte le valutazioni effimere, gli atteggiamenti superficiali. Un altro impegno che riteniamo di utilità per l’Italia dovrebbe riguardare la definizione da parte della nostra classe politica, in primo luogo, di un “Patto per la democrazia italiana”, finalizzato a introdurre nel nostro Paese un vero e proprio sistema di governance, in grado di assicurare un rapido processo decisionale e garantire l’esercizio di una partecipazione realmente attiva e responsabile, da parte dei principali soggetti pubblici e privati. Rinnovare le istituzioni, insomma, e i loro meccanismi decisionali per adattarli alle necessità del tempo presente. E, soprattutto, superare la patologia del “contro” per scoprire i vantaggi della cultura del “per”».

Con buona pace di chi vede nella demonizzazione dell’avversario e nella bagarre l’essenza dell’affermazione politica.

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