Lo sciopero nazionale proclamato da Usb e Cobas – a cui si è aggiunta la Cgil in altra data – per esprimere solidarietà alla popolazione di Gaza segna un cambio di paradigma: non più solo rivendicazione sindacale, ma gesto politico a tutti gli effetti.
L’obiettivo era denunciare l’emergenza umanitaria nella Striscia e la complicità dei governi occidentali, Italia compresa, nelle azioni dell’esercito israeliano. Ma i dati ufficiali sull’adesione raccontano di un impatto e una partecipazione decisamente limitata.
Secondo i numeri elaborati dalla Funzione Pubblica, l’adesione nel settore pubblico è stata inferiore al 6%. Nella scuola e ricerca ha raggiunto il 7,5%, tra i Vigili del fuoco l’8%, nella Presidenza del Consiglio il 2%, mentre nella sanità si è fermata all’1,52%.
La mobilitazione riapre una questione delicata: quali sono i limiti dello sciopero se usato per fini puramente politici? La legge 146/1990 regola lo sciopero nei servizi pubblici come strumento di confronto tra le parti sociali. Ma se non c’è una controparte diretta, e le rivendicazioni escono dal perimetro del lavoro, il meccanismo di garanzia e negoziazione rischia di svuotarsi, come scriveva sul Riformista l’ex presidente dell’Inps Antonio Mastrapasqua.
Inoltre, in assenza di criteri chiari sulla rappresentatività, chiunque potrebbe proclamare uno sciopero politico, anche senza una reale base sindacale. Il risultato? Frammentazione e partecipazione ridotta, in un contesto in cui lo “strumento sciopero” è sempre meno sentito (nello scorso novembre lo sciopero generale nella scuola contro la legge di bilancio e il governo indetto da Cgil, Uil e sindacati di base raccolse il 5,6% di adesioni). Il gesto insomma diventa simbolico, ma poco incisivo.
La domanda resta aperta: può uno sciopero cambiare ciò che accade a migliaia di chilometri di distanza? E cosa succede se il diritto a scioperare viene percepito come forma di militanza più che come tutela del lavoro?
di Fabrizio De Feo



