Il primo ottobre 2025 gli Stati Uniti sono entrati ufficialmente nello shutdown federale numero 21 dal 1976. È un meccanismo noto ma sempre traumatico: senza un accordo sul bilancio, le casse dello Stato centrale restano vuote e tutte le attività non essenziali vengono sospese.
Numeri della paralisi
• 750.000 dipendenti federali messi in furlough, ovvero congedo non pagato.
• Oltre 2 milioni di lavoratori “essenziali” (militari, forze di polizia federali, dogane, controllo del traffico aereo) continuano a lavorare ma senza stipendio fino a nuovo ordine.
• Più di 400 parchi nazionali e siti storici chiusi, con perdite stimate di 500 milioni di dollari a settimana per le economie locali che vivono di turismo.
• La NASA ha sospeso diversi programmi civili: nel 2019 uno shutdown bloccò per 34 giorni test e lanci programmati, con ritardi stimati in circa 700 milioni di dollari.
I Democratici non vogliono votare un bilancio ponte che non includa l’estensione dei sussidi sanitari dell’Affordable Care Act, senza i quali i premi assicurativi di circa 15 milioni di famiglie potrebbero crescere anche del 40-50% annuo.
I Repubblicani, guidati da Trump, rifiutano quella che considerano un’“espansione di programma” dentro una legge emergenziale. Vogliono mantenere i livelli di spesa congelati e introdurre rescissions (tagli a fondi già stanziati).
Precedenti storici
• 1995-1996: sotto Clinton, lo shutdown durò 21 giorni, con costi stimati in 1,4 miliardi di dollari.
• 2013: 16 giorni di paralisi durante lo scontro tra Obama e i Repubblicani sul finanziamento dell’Obamacare; impatto sul Pil stimato in 24 miliardi di dollari (S&P).
• 2018-2019: record assoluto con 35 giorni di blocco, che il Congressional Budget Office valutò in 11 miliardi di dollari di Pil persi, 3 dei quali mai più recuperati.
L’OMB (Office of Management and Budget) ha ordinato alle agenzie non solo i consueti piani di furlough, ma vere e proprie riduzioni permanenti del personale (“reduction in force”). È un salto di qualità: significa che lo shutdown non è solo un ricatto temporaneo ma può diventare un’arma strutturale per ridisegnare lo Stato federale, eliminando programmi e funzioni ritenute non prioritarie.
Oltre ai dipendenti federali e ai servizi pubblici, lo shutdown colpisce l’economia “invisibile”:
• I contractor privati che lavorano per la difesa o per la ricerca non vengono pagati; nel 2019 si stimò un impatto su circa 4 miliardi di dollari al mese in contratti sospesi.
• I mutui e prestiti agevolati garantiti da agenzie federali (HUD, USDA) subiscono ritardi: significa decine di migliaia di famiglie con mutui bloccati.
• Gli stati federati che dipendono dai trasferimenti centrali per welfare e sanità rischiano di anticipare fondi di tasca propria: nel 2013 la California anticipò 400 milioni di dollari per mantenere attivi i programmi alimentari.
Una superpotenza che può emettere debito senza limiti e stampare dollari a volontà si ferma perché il Parlamento non trova un accordo su una legge di spesa. È un paradosso che mina la credibilità internazionale: Scope Ratings ha già segnalato che il blocco mette pressione sul rating del debito USA.
Se lo shutdown sarà breve, l’impatto sarà limitato. Ma se durerà settimane, i numeri diventeranno politici: miliardi di Pil persi, milioni di famiglie con polizze sanitarie più care, agenzie paralizzate. E soprattutto un precedente pericoloso: usare lo shutdown non più come incidente, ma come strumento di ristrutturazione forzata della macchina statale.


