A proposito di odio. Un mantra abituale, una lotta di classe generalizzata e individualista (l’invidia): studenti che contestano i genitori e i professori mettendosi sullo stesso piano; panel tv dove ogni partecipante dilettante giudica e contesta i voti, le decisioni e le scelte dei maestri, degli esperti. Cittadini e partiti ben precisi che contestano la polizia quando fa il suo dovere di difendere la sicurezza di tutti. Sentenze della magistratura sostituite dalle inchieste mediatiche, e non solo.
Venendo alla politica, assistiamo ogni giorno alla condanna senza appello verso qualsiasi parola, fatto, atto della parte avversa (alias, i nemici). E’ ormai una tendenza assodata, una sentenza “ideologica” che va ben al di là della normale dialettica democratica; un vulnus che sta contribuendo a reiterare una sorta di guerra civile, del resto mai sopita.
E qui non si salva nessuno. A cominciare dalle prede della sinistra intellettuale, partitica, giornalistica che da decenni ha imposto un pensiero unico dal metodo collaudato e scientifico: attacca, demonizza, delegittima e quando l’oggetto dei suoi strali risponde, si sta solo giustificando rispetto a un’accusa oggettiva, rispetto a un teorema inquisitorio scontato. E se contrattacca, come fa giustamente la Meloni, diventa il simbolo di vittimismo.
Stiamo parlando dello spettro del fascismo, riesumato ad uso e consumo di un’opposizione (Pd, grillini, Avs) senza idee, programmi credibili e personale spendibile. Quando va al governo il centro-destra, come noto, parte immediatamente un “processo di Norimberga” quotidiano.
L’ultimo capro-espiatorio è il direttore d’orchestra Beatrice Venezi, che da professionista apprezzata a 360 gradi (veniva intervistata molto spesso da Giovanni Floris a DiMartedì per parlare di leadership al femminile; il Corriere della sera, nel 2017, l’aveva addirittura inserita tra le cinquanta donne più creative dell’anno, citando “la carriera internazionale e successi come direttrice, compositrice e pianista”); Venezi finita nel mirino di una ossessiva e spietata campagna denigratoria da parte dei lavoratori (le maestranze) del Teatro La Fenice di Venezia.
Ultima odiosa puntata di una demonizzazione “etnica” (a proposito di vero razzismo) che sta facendo parecchi morti sul campo.
Una demonizzazione iniziata da quando la Venezi ha rifiutato la definizione politicamente corretta di “direttrice”, preferendo quella di “direttore” (secondo i suoi detrattori un’inaccettabile amplificazione e conferma del patriarcato), e da quando ha partecipato ad Atreju, rituale festa di Fdi, facendo capire chiaramente le sue simpatie culturali e politiche. Come se fosse un reato, una lesa maestà nei confronti del pensiero unico. E nei confronti di quella moda che finora, ha consentito la carriera a numerosissimi artisti e pensatori, che hanno brillato unicamente per furbo conformismo.
Un pensiero unico diventato ancora più aggressivo, intollerante e violento, guarda caso, proprio dopo la conquista del governo da parte della destra.
Apriti cielo, un’artista che ha tre mali incurabili: essere brava, essere bella ed essere di destra.
Ma torniamo alla cronaca.
Dopo l’annuncio dell’incarico, da parte del sovrintendente Nicola Colabianchi (che ha nominato la Venezi direttore musicale a partire da ottobre 2026), il sindacato dei lavoratori del Teatro, ha dichiarato una guerra senza esclusione di colpi. Chiedendo spiegazioni evidentemente pretestuose, che strategicamente e strumentalmente non hanno fatto riferimento alle posizioni politiche della Venezi, ma alla sua presunta inadeguatezza e incompetenza (loro i ribelli che sono i perfetti, i giusti, i competenti), contestando quindi, una scelta catapultata dall’alto (senza ascoltare i lavoratori, senza assemblee dei musicisti (depositari del verbo e del feeling con i direttori). Varando plasticamente la stagione dell’orchestra “democratica ed antifascista”, al posto di quella meritocratica e classica.
Come andrà a finire? La destra istituzionale cederà alla rivolta? La Venezi farà un passo indietro o terrà duro?
Per ora il sottosegretario alla cultura Gianmarco Mazzi, ha chiuso il caso.
Con una lettera alle maestranze della Fenice, diffusa dall’ufficio-stampa del ministero guidato da Giuli (chissà perché è sempre la cultura che dà tanto fastidio alla sinistra), è stato molto chiaro: “La reazione, orchestrata dai lavoratori della Fenice contro il neodirettore musicale Beatrice Venezi, è sproporzionata e pericolosa. Troppo forzata, aggressiva. Anche l’atteggiamento verso di noi è irriconoscente. Siamo il Ministero della cultura che, numeri alla mano, ha avuto più cura e attenzione per il settore dell’Opera, da vent’anni a questa parte. Persino i sindacati lo hanno ammesso. Abbiamo portato la lirica italiana ad essere riconosciuta patrimonio mondiale Unesco, abbiamo affrontato e risolto il tema del contratto collettivo del settore, inchiodato dal 2004, e altre sfide ancora ci aspettano. Le fondazioni liriche sono quattordici enti complessi, godono di contributi pubblici pari a oltre 27 milioni di euro al mese, per un totale di 333 milioni all’anno, e nel 2023 sono state patrimonializzate con altri 271 milioni. La Fenice stessa è finanziata ogni anno con 22 milioni”.
Quando si dice contro-informazione. Peccato che i giornaloni sotterrino certe risposte.
Infine, il sottosegretario ha ripagato la sinistra musicale con la medesima moneta: “Di quale colpa si è macchiato il sovrintendente Colabianchi? Di aver pensato a un direttore musicale donna, nato nel 1990, diplomato in pianoforte a 20 anni, in direzione d’orchestra con lode a 25, da sempre in giro per il mondo a inseguire il suo sogno e dal 2024 direttore principale di un tempio internazionale dell’Opera, il Teatro Colòn a Buenos Aires? Verrebbe da dire, un talento italiano di rientro”.
“Il Sovrintendente – ha continuato Mazzi – non si è inventato nulla, ha semplicemente fatto tesoro dell’innovazione impressa da un suo predecessore che a Venezia nel 2011 nominò direttore musicale un ventiseienne, Diego Matheuz, dal curriculum scarno. In un’intervista Matheuz ammise candidamente di essere “un ragazzo del Terzo Mondo” e definì l’esperienza alla Fenice “molto difficile” e per lui “scuola di tutto, di vita e di musica. A quel tempo, evidentemente, non si pensò di scegliere un illustre e blasonato direttore per consacrare la Fenice, si ragionò di fare esattamente l’inverso, utilizzare una prestigiosa istituzione musicale italiana per consacrare un giovane direttore, in quel caso venezuelano. Se al direttore Matheuz è stata data la possibilità, perché non darla al direttore Venezi?”.
Una lettera che termina con un invito al dialogo, alla conoscenza reciproca e alla collaborazione. Ma dubitiamo che ciò sarà possibile. I rappresentanti del bene non possono essere diretti “dal male”.



