Cos’hanno in comune il neo-eletto sindaco di New York Zohran Mamdami e il primo cittadino di Londra Sadiq Khan?
Primo, sono di sinistra, socialisti e laburisti (militanti delle correnti più radicali); secondo, sono islamici e non hanno mai dimostrato di rinnegare la loro fede, nel nome di un fritto misto buonista e tollerante, come fanno ad esempio molto spesso, i politici di fede cristiana in Occidente e da noi. Terzo, la cosa più grave è che nei discorsi di insediamento tutti e due, tra le varie dichiarazioni e polemiche da posizionamento strategico, hanno pronunciato la medesima inquietante frase: “New York è nostra, Londra è nostra”.
Che poi, “questa drastica riappropriazione” è lo slogan che caratterizza le manifestazioni-Pro-Pal in Europa e per le strade delle nostre città; espressione di una rivendicazione forte, di un’alternativa dal basso e generazionale, che non si ferma alla semplice dialettica democratica, ma che esprime qualcosa di molto più profondo e lacerante: una nuova pulsione egemonica che ha a che fare con la saldatura tra l’estrema sinistra movimentista e i “nuovi cittadini” (immigrati di seconda o terza generazione), con la benedizione della sinistra nobile liberal e radical.
Stiamo assistendo da molti mesi, infatti, a una vera e propria bomba sociale in movimento: la cultura woke, la mistica di qualsiasi differenza (etnica, religiosa, sessuale), la cancel culture che ideologizza la realtà, censurando il presente e il passato, coniugate al disagio metropolitano giovanile degli ex-immigrati, effetto di una integrazione sbagliata di cui stiamo pagando drammaticamente i frutti in termini di criminalità, violenza e devianza (le baby gang, i maranza, le banlieues presenti ovunque, la musica trap e rap che giustifica “artisticamente” i comportamenti illegali).
Un’alleanza che ha fatto da collante anche alla rivolta di New York contro Trump, insieme ad altri elementi come l’opposizione politica e psicologica al tycoon (il suo “essere re”, come da recenti cortei), la visione progressista dei dem e la riaffermata categoria “alto-basso” (popoli contro caste), in luogo della stanca dicotomia “destra-sinistra”, laddove oggi la casta è rappresentata proprio dal presidente Usa che un tempo era invece, il simbolo dell’anti-establishment.
Torniamo al collante sinistra radicale-islamici.
Il punto di incontro è il “nuovo marxismo”: la rivoluzione egualitaria contro il potere autoritario che nega la libertà (da noi incarnato dalla Meloni), la lotta di classe, l’invidia sociale nei confronti dei ricchi che sfruttano per definizione (lo schema leninista “oppressi-oppressori”), e a cui bisogna togliere (la legittimazione del furto, della rapina), specialmente i simboli del consumismo (“perché non io”?).
Insomma, una sorta di novella edizione dell’esproprio proletario con tutte le storture attuali: i soldi facili, il branco chiamato famiglia e la legge del più forte. Tutto ciò ricorda la Contestazione antiborghese, anticapitalista del ’68, che successivamente ha partorito gli anni di piombo.
Ma c’è un ma. Si tratta di un’alleanza destinata a finire presto. Perché gli immigrati di fede islamica che hanno rinnegato l’integrazione “passiva” dei loro genitori sognando una identità religiosa arcaica e guerriera, non sono commestibili e addomesticabili. E in primis, corrompibili, come l’Occidente borghese e capitalista ha fatto col comunismo sovietico.
La loro religione è a vocazione egemonica e incompatibile in prospettiva con i dogmi inclusivi, globalisti, umanitari e laicisti, se non atei, della sinistra continentale e nostrana.
Non a caso i migranti di origine e di fede islamica flirtano adesso con questa sinistra, quando sul piano valoriale dovrebbero andare più d’accordo con la destra identitaria (Dio-patria-famiglia): per loro è un ottimo e fecondo terreno culturale su cui muoversi e farsi proteggere.
Ma dopo sarà un problema. Quindi, la sinistra Ztl, di Palazzo, legalitaria, gli intellettuali radical-chic non esultino per la vittoria di Zohran Mamdami nella città, tra l’altro delle Torri Gemelle (gli attentati ad opera di terroristi islamici).
La verità è che in Europa e non solo, siamo agli inizi di una vera guerra interna. Prima le Crociate erano esterne al Continente.
Una polveriera securitaria dalle proporzioni inimmaginabili, in perfetta coerenza con politiche di integrazione folli. Figlie da un lato, di una narrazione sociologica e astratta delle sinistre moderate ed estreme (l’umanità, il cittadino del mondo, la globalizzazione, principi che hanno sostituito l’identità storica, culturale e religiosa dei singoli popoli), e dall’altro, la narrazione di pancia della destra (fuori tutti, padroni a casa nostra).
Nessuno ha voluto affrontare il vero nocciolo della questione. L’integrazione culturale che va ben oltre quella sociale, lavorativa, basata sulla semplice legalità.
Perché si doveva ammettere a monte e non a valle che c’è un’immigrazione compatibile e una incompatibile con i nostri valori, con le nostre tradizioni e radici e il nostro diritto.
E l’immigrazione islamica, va detto, è incompatibile. Saldata alle difficoltà di integrazione frustrata, ha trovato spazio sul piano collettivo, nel brodo rivoluzionario di certa sinistra massimalista, gridato nei suoi slogan durante i cortei: “Spacchiamo, blocchiamo tutto”; e sul piano individuale, nel nichilismo delinquenziale dei branchi metropolitani.
E’ pia illusione quella di edificare da sinistra un mondo di apolidi, senza identità e nessuna differenza tra i nuovi arrivi e i locali (lo ius soli come grimaldello), per risolvere il problema dell’integrazione.
La vittoria di Pirro di New York non farà altro che confermare lo scontro tra le grandi megalopoli e l’anima profonda dei popoli (le Vandee del mondo). Mai l’America profonda accetterà il predominio dell’“unione civile” tra cultura woke e islamismo.
Domanda finale: Zohran Mamdami e Sadiq Khan sono frutto di un’integrazione riuscita o il cavallo di Troia delle “nuove Crociate al contrario” (la vendetta del mondo islamico)?

