Paradosso Usa, perché nella patria del capitalismo ora si sogna il socialismo

venerdì, 7 Novembre 2025
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Continua a far discutere l’elezione di Zohran Mamdani a sindaco di New York. C’è addirittura qualche commentatore che vi scorge un segno “epocale”. Segno in che senso? La percezione diffusa è che questa elezione annunci un vero e proprio terremoto nel capitalismo americano.

Stiamo esagerando? Non tanto. Perché si dà il caso che, sul fronte opposto, anche il successo di Donald Trump e il radicamento del movimento Maga sono l’espressione di una crisi profonda del modello economico egemone negli ultimi quarant’anni negli Usa e, a seguire, nel resto dell’Occidente.

Con l’affermazione di Mamdani, questo processo sembra compiere un passo ulteriore,  quello dell’abbattimento dei più forti tabù imposti, negli ultimi decenni, dall’egemonia liberista, i tabù in particolare della spesa pubblica da abbattere, del mercato a briglia sciolta, del dimagrimento forzato dell’apparato statale. Fa una certa impressione constatare che, nella città-simbolo del capitalismo mondiale, gli elettori premino un programma di aumento delle tasse, di calmiere agli affitti delle case, di massiccio intervento pubblico in favore delle fasce povere della popolazione, di sostegni vari ai redditi popolari e persino di trasporti gratis per i meno abbienti. E altrettanta impressione fa il vedere che il promotore di una simile rivoluzione si proclami socialista a tutto tondo. Vale la pena in proposito sottolineare negli Usa, a differenza dell’Europa, la parola socialismo non sta a indicare l’ideale di una sinistra alternativa (e più moderata) rispetto a quella comunista, ma una forma di estremismo simile a quello che un tempo caratterizzava i seguaci di Fidel Castro e Mao Zedong.

Poi si può certo dire che molte delle promesse elettorali di Mamdani non potranno essere mantenute, non fosse altro perché il sindaco di New York ha limiti invalicabili per quanto riguarda l’imposizione fiscale e perché l’aumento delle tasse comporterebbe comunque una vera e propria fuga di capitali (ma soprattutto di capitalisti) dalla Grande Mela, con tutta l’ingente diminuzione di risorse che ciò comporterebbe.

Ma il fatto significativo è che la suggestione “socialista” si sia dimostrata capace di diffondersi nell’elettorato democratico della più importante metropoli americana. E ciò fa intendere che la crisi dei dem Usa non dipende tanto dall’età avanzata dei leader quanto piuttosto dalla vicinanza del partito ai santuari del capitalismo Usa. Ed è un fatto comunque clamoroso, perché parliamo dello stesso partito di Bill Clinton, il quale accompagnò trent’anni fa l’America nella nuova frontiera della globalizzazione turbocapitalista, il Clinton che passò alla storia per lo slogan “it’s the economy, stupid”, a significare che il futuro della sinistra americana sarebbe stato quello di accompagnare la grande rivoluzione economica promossa a suo tempo dai grandi magnati dell’industria e della finanza “star and stripes”.

Certo, quello di Mamdani non è che populismo di sinistra. Ma questo fatto non appare per niente regressivo perché si dimostra al momento una formula idonea a fare da antidoto all’egemonia del trumpismo.

Non è naturalmente detto che il modello rappresentato dal nuovo sindaco di New York risulti alla fine vincente all’interno del partito democratico americano e che le vecchie cariatidi alla Joe Biden o alla Clinton non riescano a imporre un qualche erede politico.

Ma, quello che al momento sembra profilarsi negli Usa, è un nuovo tipo di contrapposizione politica, quella tra due populismi, uno di impronta nazionalista (Trump) e un altro di impronta socialista (Mamdani, appunto). Scrive oggi Danilo Taino sul “Corriere della Sera” che «Mamdani e Trump certificano la conclusione della fase storica iniziata con Ronald Reagan e Margaret Thatcher». Scusate se è poco. È bene anche aggiungere che questo fenomeno potrà riguardare  prima o poi anche noi. E anche in modo più massiccio. Come si suol dire, se l’America prende il raffreddore, all’Europa viene la polmonite.

Resta da capire come potrà essere questo “nuovo capitalismo” a impronta dirigista e statalista. Taino scrive che sarà eventualmente «sempre più simile a quello cinese, nel quale prevalgono l’indirizzo statale nella società e nell’economia, il controllo della libera iniziativa all’interno e il mercantilismo unilaterale nel commercio internazionale». Per l’editorialista del “Corriere” il futuro potrebbe essere «poco piacevole». Sicuramente potrà essere così per gli apologeti del libero mercato senza regole e della finanza casinò. Ben gli starebbe, comunque, a lorsignori. Potevano pensarci bene prima di imporre l’ortodossia del pensiero unico liberista e di elogiare acriticamente l’avanzata del turbocapitalismo sfrenato  e disumano.

 

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