Non si dà pace, da giorni, un Emmanuel Macron sempre più agitato. Prima l’attacco americano al Venezuela. Poi la pretesa di Donald Trump di “mangiarsi” anche la Groenlandia. Poi i toni sprezzanti del capo della Casa Bianca sul tema del diritto internazionale. Il capo dell’Eliseo ha provato a riconquistare la scena con il vertice dei Volenterosi a Parigi. Ma alla fine è sbottato come una vecchia pentola a pressione difettosa.
Oggi “Monsieur le President” si è abbandonato a un irrefrenabile sfogo anti-trumpiano davanti ai diplomatici francesi riuniti nel tradizionale incontro d’inizio anno con il capo dell’Eliseo. Ha detto di tutto e di più, il Macron furioso. Ha affermato che, quello degli Usa, è «nuovo colonialismo e nuovo imperialismo», aggiungendo che, sempre gli Stati Uniti, «si stanno gradualmente allontanando» da alcuni alleati e «si stanno liberando delle regole internazionali». Per il presidente transalpino, Washington si sta caratterizzando per l’«aggressività» nelle relazioni diplomatiche.
Con questa filippica, Macron avrà sicuramente interpretato il legittimo risentimento di quella parte d’opinione pubblica europea che non ne può più delle intemerate e delle tracimazioni verbali di Trump né del bullismo della sua politica. Ma, a questo punto, è lecito chiedersi: a che servono questi toni furibondi?
Ci viene in mente di parafrasare il ritornello di una celebre canzone di Renato Carosone in questo modo: «Macron, tu vuo’ fa’ l’(anti)americano», dove l’”anti” tra parentesi sta a significare che, quella del presidente francese, non è che una reazione uguale e contraria alle smargiassate verbali del suo omologo americano. E dove il riferimento alla vena satirica del cantautore napoletano vuol dire che, certe uscite, Macron non se le può permettere, pena l’esporsi ai commenti beffardi della comunità internazionale.
Emmanuel si sente un “pari” di Donald, ma non lo è. O meglio, lo è certamente nel senso che anche lui è un presidente eletto direttamente dal popolo, ma non lo è davvero sul piano del peso politico internazionale.
Intendiamoci, non che sia illegittima una reazione, anche dura, europea alla deriva brutale dei rapporti internazionali imposta dal capo di Stato Usa(soprattutto tra le due sponde dell’Atlantico) . E non c’è davvero da invidiare, sia detto per inciso, la posizione di Giorgia Meloni, che sta presidiando un ponte (quello Europa-Usa) che rischia di crollare da un momento all’altro. Ma, affinché una simile reazione abbia un minimo di efficacia (quella che può comunque essere consentita a governanti Ue in questo momento di grande debolezza politica del vecchio continente), affinché insomma le parole della politica europea servano a qualcosa, occorrerebbe quantomeno il coordinamento tra capi di Stato e di governo, in modo da fornire l’idea di un’azione comune.
Invece l’odierna invettiva di Macron dà l’idea di uno sterile sfogo individuale, uno sfogo che può essere certo giustificato dall’irritante e derisoria imitazione della sua stessa persona rappresentata l’altra sera dal presidente americano durante un intervento pubblico, che non sembrava per la verità il discorso di un capo di Stato ma lo show di un comico televisivo.
Ma un simile colpo basso avrebbe richiesto ben altra (e più meditata) risposta. Alla fine, il problema di Macron (come in fondo anche di Trump) è di prendere troppo sul serio la propria figura di “potente della Terra”.
Si vede proprio che alla Francia manca uno “chansonnier” capace di ispirare una sana autoironia alla maniera del nostro Renato Carosone.

