Non sopporto la retorica e la pornografia del dolore. Ultimo esempio emblematico il rogo di Crans-Montana. E il mio non è cinismo o postura disumana, ma desiderio di autenticità e di reale risposta civile.
La retorica riguarda più o meno le dichiarazioni di politici, esperti, esponenti delle istituzioni che solo in questo caso (e in pochi altri) dicono tutti le stesse cose. Sembrano appartenere al medesimo partito. Il partito della “forma”.
Dando un senso di distacco algido, freddo, neutrale rispetto a una vicenda che merita molto di più.
Anche perché come noto, dopo le commemorazioni, i funerali, resterà solo il vuoto, il terribile e incolmabile vuoto delle e nelle famiglie che hanno perso i loro figli (40 morti, di cui 6 italiani e 150 feriti).
E la cronaca inesorabilmente sparirà, lasciando lo spazio soltanto a servizi tv e giornalistici sempre più secondari nella gerarchia delle notizie.
E proprio in quel momento, quando lo choc evaporerà, si ammorbidirà, vorremmo sapere il destino vero dei proprietari del locale, Le Constellation che in quella maldetta notte di Capodanno hanno servito alcol a ragazzini, non hanno pensato alla sicurezza (per risparmiare), hanno nascosto le vie d’uscita, e nei momenti drammatici della morte dal vivo hanno pensato solo, secondo alcuni video, a scappare con la cassa. Per ora solo un arresto provvisorio e misura cautelare per la moglie (con quale capo d’accusa, omicidio colposo, lesioni o strage, come sarebbe giusto?).
E vorremmo sapere chi non ha provveduto, parlo di responsabilità amministrative, e con quali eventuali mazzette (il giro di danaro da accertare dei due proprietari, dal passato “borderline”, i coniugi franco-corsi Jacques e Jessica Moretti), si è riusciti a impedire i doverosi controlli per legge, addirittura per 5 anni. Come da ammissione di un sindaco che ha osato parlare di sbagli, e non si è dimesso, evitando di fronte alle domande di un nostro giornalista di esprimersi in italiano.
Alla faccia del rigore, della severità e della legalità svizzera.
E poi, argomento non marginale, la pornografia del dolore. E qui mi collego al rapporto tra l’informazione in generale e in particolare ai social, come li vivono non solo i giornalisti, ma pure i giovani e le loro famiglie (tutti condizionati da schemi e meccanismi mentali sbagliati).
I servizi su una strage come questa andavano affrontati senza fronzoli emotivi, sensazionalismi stucchevoli, particolari morbosi, sia nella cronaca delle morti, sia nella cronaca dei funerali. Situazioni di tale gravità ad alto impatto pubblico andrebbero trattate con rispetto, sobrietà, semplicità.
Ormai tutto è spettacolo “modello fiction sud-americana”, a derivazione social. Certe immagini non andavano proprio trasmesse. Specialmente quelle dove si vedono i ragazzi di fronte al fuoco riprendere col cellulare la tragedia che li riguardava, non comprendere di fatto la realtà, non percepire il pericolo, confonderla con la rappresentazione, come se fosse una continua virtuale playstation. Un giorno qualcuno pagherà per non aver educato i giovani ad essere nativi digitali consapevoli. E a non aver denunciato i rischi dell’uso compulsivo dei new-media.
Anche l’insistere su una madre che canta la canzone del figlio davanti alla sua bara o il sermone religioso di un’altra madre che analizza il suo dramma alla luce di una legittima sensibilità religiosa, fanno parte della medesima follia mediatica.
Comportamenti che rientrano nella sfera emotiva, personale di chi ha perso un figlio, punto. Comunicazione privata, anche se veicolata in una cerimonia pubblica come sono i funerali.
Anche perché contribuiscono a disegnare un’umanità unicamente concentrata sull’emozione che sulla sostanza, il messaggio, la reazione collettiva. Un’umanità totalmente fragile (e qui non si salva nessuno), specialmente se accompagnata da istituzioni, come quelle scolastiche, dove ad esempio, hanno studiato i ragazzi morti, con i suoi rappresentanti (docenti, psicologi, presidi), altrettanto sterilmente piagnucolosi ad ogni intervista, anziché trasmettere forza, zattera, aiutando i compagni di classe, i sopravvissuti ad uscire, ad elaborare il lutto (il compito sempre formativo di una scuola). A riprendersi davvero.
Pure la scena delle sedie vuote in classe serve solo simbolicamente a eternare il dramma, non a superarlo. Quel vuoto va colmato. Dopo il dolore altamente comprensibile e condivisibile, occorre lasciare il posto alla risposta.
Infine il dio danaro, ciò che lega il rogo e certi luoghi di villeggiatura. E’ vero che a 16 anni tutti noi abbiamo commesso imprudenze, atti sconsiderati ed esperimentazioni sballate. In questa sede non ha senso evidenziare la provenienza-bene dei ragazzi che scelgono luoghi costosi e di moda (mandati dai genitori) per trascorrere le feste, a cominciare dalle bottiglie da 250 euro. Ma è l’eterogenesi dei fini che colpisce: la proprietaria del locale che di fronte alla morte a 500 gradi scappa con la cassa e il giorno dopo la strage tutte le piste svizzere di sci aperte.
Morale: c’è un tempo per incassare, per il profitto e un tempo (a scoppio ritardato) per manifestare vicinanza. O mores, o tempora.
Crans-Montana. Arrestato il proprietario. Ma basta con la retorica e la pornografia del dolore



