Questo sabato, alla presenza del capo dello Stato Sergio Mattarella, si terrà la solenne cerimonia di inaugurazione di “L’Aquila Capitale italiana della Cultura 2026”.
Parteciperanno i sindaci del territorio aquilano e reatino, i soggetti che hanno contribuito alla redazione del dossier di candidatura, una rappresentanza di studenti nonché i cittadini che hanno aderito al progetto degli Ambasciatori della Cultura, iniziativa che coinvolge la cittadinanza attiva – commercianti ed esercenti – con l’obiettivo di rafforzare la capacità di accoglienza dei visitatori nell’anno della cultura.
Una grande occasione per avviare un programma denso di iniziative e appuntamenti. Lo Speciale ha incontrato il sindaco Pierluigi Biondi a Palazzo Margherita e con lui ha voluto fare il punto della situazione, il bilancio delle attività svolte dalla sua Amministrazione nel 2025, le prospettive del 2026 e appunto, la mission che riguarda la Capitale della Cultura.
Pierluigi Biondi, come noto, ha una competenza invidiabile dimostrata sul campo. Si è sempre battuto per gestire la ricostruzione della sua città, arrivando perfino a fare uno sciopero della fame. Eletto primo cittadino una prima volta nel 2017 col 53%, è stato rieletto nel 2022 col 54% dei consensi. E nel 2025 si è confermato tra i sindaci più apprezzati d’Italia: per il Governance Poll 2025, pubblicato da Il Sole 24 ore, si è piazzato al quinto posto nella classifica nazionale, con un gradimento del 60%.
Sindaco, come procede la ricostruzione pubblica e privata della sua città?
“La ricostruzione de L’Aquila è ad uno stato molto avanzato, considerando anche i danni che questa città ha subito. Noi non dobbiamo mai dimenticare che il terremoto è stato il primo che ha colpito un comune capoluogo di regione, con tutte le sue funzioni, le sue sedi istituzionali e le sue prerogative. Un terremoto nuovo che ha avuto effetti meno disastrosi in termini di perdite umane ma con una valenza diversa tra quelli che ci sono stati, ad esempio, in Friuli o al centro Italia. Perché qui noi abbiamo dovuto reimmaginare tutto: scuole, università, ospedale, prefettura, questura; insomma, qualsiasi luogo di interesse pubblico.
Inoltre, abbiamo dovuto gestire complessivamente circa 150.000 sfollati. A fronte di questi numeri e di queste caratteristiche, quello che è stato fatto a L’Aquila non può essere definito un miracolo, ma un mezzo miracolo sicuramente sì. Molto lo si deve alla capacità reattiva che ebbe il governo Berlusconi nel 2009, con stanziamenti immediati di risorse, una presenza massiccia di donne e uomini della Protezione civile, ma non è stato soltanto un grosso aiuto nelle fasi iniziali della gestione dell’emergenza e delle prime battute della ricostruzione cosiddetta “leggera”. C’è stata infatti anche la “ricostruzione pesante”, e qui abbiamo iniziato a soffrire per due circostanze. Da un lato, l’instabilità politica per cui ci siamo dovuti confrontare continuamente con governi nuovi e con nuovi responsabili della ricostruzione a cui dovevamo sempre fare il riassunto delle puntate precedenti. Dall’altro, col fatto che L’Aquila è stata fatta frettolosamente passare da “fase emergenziale” a “fase ordinaria”, per cui ogni cosa che ci siamo conquistati l’abbiamo dovuta conquistare sempre attraverso una legge. Quando mi sono insediato, ho trovato una macchina comunale che stentava ad andare dietro alla mole dei processi di ricostruzione, con tempi di pagamenti lunghissimi, con una conflittualità accesa fra livelli di governo, fra Comune e Regione, fra Comune e Provincia e fra il Comune e il governo nazionale. Insomma, abbiamo vissuto fasi molto complesse e abbiamo cercato di dare una linea di condotta unica, innanzitutto semplificando i processi. Ad oggi quello che un tempo veniva pagata in un anno, lo paghiamo in 17 giorni. Diamo certezze alle aziende, certezze ai cittadini. Dopodiché abbiamo dato un senso compiuto alla ricostruzione, con nuove priorità. Abbiamo investito molto sulle frazioni e rivisitato alcuni progetti importanti per la città. Abbiamo implementato le risorse umane, abbiamo stabilizzato circa cento precari della ricostruzione, abbiamo assunto finalmente i dirigenti a tempo indeterminato, abbiamo rivisto la macchina amministrativa, abbiamo abbattuto l’indebitamento dell’ente di oltre il 60%. Quindi oggi abbiamo una flessibilità e anche una dinamicità che ci ha consentito di dare un’accelerata alla ricostruzione. Sulla ricostruzione pubblica abbiamo chiesto ed ottenuto delle esemplificazioni. Io, ad esempio, sono commissario per la realizzazione degli interventi sull’edilizia scolastica e grazie a questo abbiamo avviato un piano straordinario da circa 100/110 milioni di euro. Alcune scuole le abbiamo già riconsegnate, altre lo faremo a breve e per altre stiamo lavorando. Insomma L’Aquila è una città a cui abbiamo dato anche una stabilità. Perché la ricostruzione non è soltanto quella fisica, ma anche quella socio-economica. Per esempio, abbiamo insediato la sede del nucleo di tutela del patrimonio culturale, dei carabinieri, abbiamo messo la sede dell’agenzia regionale che si occupa della gestione dei rifiuti, abbiamo stabilizzato la soprintendenza che, originariamente, doveva andare ad esaurimento. Oggi chi vive L’Aquila, chi la frequenta, si rende conto che è sì una città che ha subito il terremoto, ma è anche una città che ha superato il giro di boa e adesso è vivace, è viva, è vissuta”.
Il 2026 metterà la parola fine alla ricostruzione?
“Io credo che la ricostruzione de L’Aquila durerà ancora a lungo, intesa come vivacità, edilizia urbanistica. E poi ci sono grandi progetti. Penso, per esempio, a grandi monumenti, ne dico uno su tutte: la chiesa di Santa Maria Paganica, che è di fronte al Maxxi, di fronte a Palazzo Ardinghelli. Per restaurarla ci vorranno circa 32 milioni di euro. Quanto dureranno i lavori non lo sappiamo, ma il bello è anche questo. L’Aquila è un laboratorio a cielo aperto, perché qui si sono sperimentate procedure, norme, tecniche, prassi che non erano mai state provate prima d’ora. E questo grande laboratorio, se da un lato ci richiama ogni volta un po’ alla farraginosità delle procedure pubbliche, dall’altro ci dà l’occasione di vedere crescere questa città e di vederla rinascere. Un po’ come un genitore che cresce un bambino e lo accompagna nelle fasi più delicate della vita, quando è neonato, quando diventano adolescente, quando deve affrontare le prove della maturità. E poi ne prova a soddisfazione quando quel figlio si realizza. Insomma vedere questo movimento costante dà l’idea di una sfida collettiva e di un’avventura comunitaria”.
L’Aquila Capitale della Cultura. Un ottimo riconoscimento nel segno della ripartenza delle aree interne dell’Italia, tra l’altro uno dei punti qualificanti annunciati dalla premier Meloni, il giorno del suo insediamento a Palazzo Chigi. Per voi è un punto di arrivo o l’indicazione di un percorso per il futuro?
“È un punto di arrivo, perché ci dà anche l’idea di un consultivo delle cose fatte e dimostra che quando abbiamo scelto di partecipare a Capitale italiana della Cultura non abbiamo preso un biglietto della lotteria sperando nella buona sorte, ma lo abbiamo fatto sulla base di una strategia che avevamo definito proprio in occasione del decennale del sisma insieme ad altri comuni che, in momenti e con esiti diversi, sono stati toccati da questa grande frattura del terremoto. Parlo di Avellino, Carpi ed Ascoli Piceno. In questa carta de L’Aquila che abbiamo sottoscritto, c’era appunto che uno degli assi di rilancio socio-economico di territori che subiscono delle crisi così accese, così dolorose e così incisive, potesse essere la cultura. Quindi, Capitale italiana della Cultura si iscrive in quel percorso che è fatto per poterci misurare su quello che avevamo detto. È come quando tu vedi un bel progetto sulla carta, però poi devi prendere il muratore, il manovale, il direttore di cantiere e inizia a vedere che quello che avevi fatto sulla carta cresce e quindi è sicuramente un punto di arrivo importante. Però è anche una sfida futura, perché Capitale italiana della Cultura non è un attestato, non è una maturità o un diploma di laurea, o un premio Nobel, che lo vinci per quello che hai fatto. È per quello che farai. È un investimento che il governo italiano, il ministero della Cultura, fa su un territorio e per noi è un punto di partenza, intanto perché dobbiamo dimostrare di essere all’altezza di tale sfida, perché lo facciamo anche in condizioni oggettivamente complicate. Ma noi non lo facciamo da soli, abbiamo come partner privilegiato la città di Rieti e abbiamo tutti i comuni del territorio che sono interessati da una misura specifica di intervento. Sarà un grande sforzo di un territorio molto più ampio. Ecco perché abbiamo parlato di un territorio “Mille Capitali” nel nostro motto, proprio perché vede tutto intorno a un territorio che si muove compatto”.
Qual è l’obiettivo?
“Garantire ai giovani, alle giovani generazioni, quello che io chiamo il diritto di restare. Un giovane ha il diritto di muoversi e di fare nuove esperienze, di formarsi all’estero, di partecipare all’Erasmus, rimettere a disposizione “evangelicamente” i propri talenti e metterli a frutto. Questa è una scelta libera, se diventa un’imposizione diventa privazione di libertà, noi invece vogliamo garantire questa libertà: ossia poter restare in questo territorio.
Magari, a seguito di Capitale italiana della Cultura, molti italiani o molti stranieri hanno conosciuto questi luoghi ed apprezzano le nostre montagne, la nostra aria pulita, la nostra acqua buona, il nostro buon mangiare, apprezzano i nostri monumenti, lo stile di vita che c’è in questa città e in questo territorio e magari decidono di tornarci. Questo sviluppa economia recettiva. Oppure magari qualche giovane de L’Aquila sceglie che la cultura può essere una sua strada di affermazione e quindi apre un’impresa culturale o creativa, si iscrive all’Accademia delle Belle Arti, diventa un maestro di scultura, o si iscrive al conservatorio e diventa un maestro di composizione, o un orchestrale dell’istituzione sinfonica dei Solisti Aquilani. La nostra città consente di restare, ma anche di aprirti al mondo, di guardare. Di solito, si tende a ritenere la cultura come un qualcosa di un’identità statica, invece no. È anche coesione sociale”.
Anche un volano economico …
“Io credo che ormai si sia superato da un po’ il famoso motto che “con la cultura non si mangia”. La cultura è stata per troppo tempo considerata come un elemento accessorio delle politiche pubbliche. In parte è vero, perché soprattutto nei momenti di difficoltà non può tagliare sulla pubblica illuminazione, non puoi tagliare sulle strade, sulle scuole e perciò lo fai in quello che tu ritieni accessorio. Invece noi la cultura l’abbiamo fatta diventare determinante, perché essa è il recupero dell’identità, è conoscenza dei luoghi e quando tu capisci dove sei, capisci anche chi sei e il ruolo che ti è stato assegnato dal destino. E’ il contrario dell’ideologia globalista che dice che tu sia nato a L’Aquila, o a New York, è uguale perché sei cittadino del mondo e devi omologarti ad uno stile che è uguale a qualsiasi latitudine. Invece, l’identità ci porta a riscoprire i luoghi, a viverli meglio, ad affezionarsi e soprattutto a salvarli. Pensiamo al grande dibattito sulle aree interne, ormai diventato un dibattito globale perché tutti si sono accorti di quanto siano importanti le comunità locali. Sono dell’idea che ogni volta che muore un pezzo di paese non solo si deteriora, ma perdiamo storie, racconti, profumi, sapori, che messi insieme fanno l’Italia autentica che nelle grandi aree metropolitane non si trova più, proprio perché sono quelle che per prime si sono omologate all’ideologia globalista per cui tutto deve essere uguale, tutto deve essere a portata di mano, tutto deve essere facile”.
Sindaco, in conclusione, si è tanto parlato della famosa egemonia culturale. L’Aquila Capitale della Cultura 2026 può essere il simbolo di una nuova egemonia di destra o semplicemente la vittoria di una appartenenza nazionale che implica un senso identitario oltre gli steccati del passato?
“Io credo che su questo dibattito abbiano messo la parola fine sia il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, sia i ministri Sangiuliano prima e Giuli dopo. La differenza non è tanto esercitare un’egemonia piuttosto che un’altra, quanto consentire che la cultura si possa esprimere liberamente. Pensate a quello che sta accadendo a Beatrice Venezi, relativamente al suo incarico a La Fenice. Questa polemica travalica pure il legittimo dissenso che un operatore culturale può esprimere. È come se un cittadino mi contestasse per 10 anni di seguito ritenendomi indebitamente usurpatore di un incarico perché non sono in grado di farlo prima ancora di vedermi all’opera. Penso a quello che è successo a delle rassegne librarie, dove case editrici sono stati boicottate, addirittura alcune sono state espulse dalle rassegne librarie. La cultura è tutto il contrario e ritengo debba garantire a ognuno di confrontarsi e di farsi una propria idea, di leggere storie diverse, di ascoltare punti di vista diversi. Inoltre, c’è una grande differenza fra il pensiero di destra e quello di sinistra, anche per ragioni storiche. Il pensiero di sinistra ha i suoi padri fondatori, i suoi canoni di lettura, le sue bibbie laiche, per cui è tutto molto definito. La nuova sinistra invece, non parla più di nulla, se non di diritti individuali che significano ben poca roba. I diritti derivano dalle libertà, non da un’imposizione ideologica. Io sono a favore dei diritti naturalmente, anche molto più di quanto si possa immaginare da parte di una persona che ha fatto tutta la sua vita a destra, una vita di militanza. A destra c’è molta più libertà di pensiero, perché ci sono mille sfaccettature, tante sensibilità e scuole di pensiero”.
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