A dodici mesi dall’avvio della nuova stagione trumpiana, l’economia degli Stati Uniti offre un quadro che, a uno sguardo storico, non è affatto inedito ma torna con tratti più espliciti. Nel 2025 il PIL cresce in media del 3,5%, con punte trimestrali superiori al 4%, mentre gli indici azionari celebrano un anno d’oro: S&P 500 +15%, Nasdaq +18%. Numeri che, letti isolatamente, raccontano una ripresa vigorosa. Ma la storia economica insegna che la crescita, se non è accompagnata da occupazione e redditi diffusi, tende a produrre consenso fragile. E infatti il mercato del lavoro segna il passo: meno di 900.000 nuovi occupati in dodici mesi, contro i circa 2 milioni annui del periodo 2018–2023, disoccupazione risalita al 4,6% e tasso di partecipazione fermo al 62,5%. È la fotografia di un’economia che cresce “senza popolo”, dove la produttività aumenta grazie ad automazione e intelligenza artificiale, ma il lavoro non segue.
Il fenomeno non è nuovo. Negli anni Venti del Novecento gli Stati Uniti conobbero una crescita spettacolare trainata da finanza e industria, ma senza un adeguato allargamento della base sociale; sappiamo come finì. Anche negli anni Ottanta, con la Reaganomics, l’espansione fu potente ma accompagnata da un aumento delle disuguaglianze. Oggi la dinamica si ripresenta in forma aggiornata: l’inflazione ufficiale scende al 2,7%, ma il costo della vita reale continua a salire, con alimentari a +4,2%, sanità a +5% e affitti a +6%. John Maynard Keynes ricordava che “nel lungo periodo siamo tutti morti”, ma nel breve periodo sono i prezzi quotidiani a determinare la percezione economica degli elettori.
La “cura Trump” accentua inoltre un tratto tipicamente americano ma storicamente pericoloso: il capitalismo clientelare. Le politiche industriali e commerciali, basate su dazi e incentivi selettivi, hanno garantito oltre 90 miliardi di dollari di entrate doganali, ma hanno anche ridotto gli investimenti esteri diretti di circa il 30% rispetto al 2024, soprattutto nei settori manifatturieri più esposti alle catene globali del valore. La storia insegna che il protezionismo può funzionare come leva temporanea, ma tende a irrigidire il sistema se non è accompagnato da un progetto di sviluppo inclusivo. Friedrich List lo considerava uno strumento di “educazione industriale”, non un fine permanente; qui sembra diventare una rendita politica.
Non sorprende allora che, a fine 2025, solo il 36% degli americani approvi la gestione economica di Donald Trump. Come osservava Joseph Schumpeter, il capitalismo vive di cicli e di consenso: quando la crescita non si traduce in mobilità sociale, la legittimità si erode. La prospettiva storica suggerisce che l’economia statunitense non è in crisi di numeri, ma di modello: cresce per aggregati e per alleanze politiche, non per diffusione del benessere. La sfida dei prossimi anni sarà decidere se questa traiettoria resterà una parentesi, come altre nella storia americana, o se segnerà l’ingresso stabile in una fase di capitalismo politico ad alta crescita e bassa coesione. In economia, come nella storia, è spesso lì che si decide la durata dei cicli di potere.


