L’Italia non firma il Board of Peace. Ecco perché la Meloni dice no

giovedì, 22 Gennaio 2026
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L’Italia non può (per ora) firmare l’adesione al Board of Peace per Gaza voluto dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump per via della Costituzione italiana.

A confermare i dubbi giuridici sollevati negli ultimi giorni ci ha pensato direttamente la presidente del Consiglio Giorgia Meloni.

“La questione legale e regolamentare è soprattutto in rapporto all’articolo 11“, spiega la premier. “Per cui noi possiamo cedere pezzi della nostra sovranità in condizioni di non parità tra gli Stati. E questo può essere incompatibile con alcuni articoli dello statuto” del BoP. Questo non significa tirarsene completamente fuori, come fatto subito da Francia e Germania. La posizione del governo italiano resta “di apertura: noi siamo aperti, disponibili e interessati”, ha ribadito con chiarezza Meloni. “Per almeno due ragioni. La prima è che l’Italia può giocare un ruolo unico nella realizzazione del piano di pace per il Medio Oriente e nella costruzione della prospettiva dei due Stati e poi in generale non considererei una scelta intelligente da parte dell’Italia e dell’Europa quella di autoescludersi in un organismo che comunque è interessante”.

Cosa dice l’articolo 11 della Costituzione

L’intoppo giuridico emerge in maniera piuttosto chiara dalla formulazione dell’articolo 11, che recita: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.

Ne derivano tre principi fondamentali:

  • il ripudio della guerra, che esclude l’uso della forza come strumento di offesa o di soluzione delle controversie;
  • la possibilità di limitare la sovranità al fine di assicurare la pace tra Nazioni ma solo in condizione di parità con gli altri Stati;
  • l’impegno a promuovere e favorire le organizzazioni internazionali orientate alla pace.

Il passaggio decisivo per quanto riguarda il caso Board of Peace riguarda in particolare il secondo punto. La limitazione della sovranità italiana è possibile entro contorni precisi: deve essere funzionale alla pace e alla giustizia, inserirsi in un ordinamento internazionale e soprattutto avvenire “in condizioni di parità con gli altri Stati”. Quest’ultima clausola è quella che distingue, in effetti, un’organizzazione multilaterale da una struttura gerarchica.

Perché Board e Costituzione sono incompatibili

In pratica, il Board of Peace non nasce come un trattato multilaterale negoziato tra pari, come sono i meccanismi alla base di Nazioni Unite e Unione Europea: i Paesi che partecipano e che non sono gli Stati Uniti non agiscono su un piano paritario rispetto agli Usa guidati da Trump. È qui che si apre il nodo costituzionale. L’articolo 11 consente all’Italia di cedere porzioni di sovranità solo se nessuno Stato gode di una posizione dominante strutturale, ma in questo caso la leadership statunitense risulta sostanzialmente incorporata nello statuto e il ruolo di Trump domina su tutti gli altri. Accettare di entrare nel Consiglio di Pace per Gaza ora, a queste condizioni, significherebbe di fatto accettare una limitazione di sovranità non paritaria, assumere obblighi decisi da un centro di potere esterno ed esporsi a un possibile conflitto con il Parlamento e con la Corte costituzionale, entrambe strade da evitare. Primo, non ci sono i tempi per una consultazione parlamentare. Secondo, fortunatamente, Quirinale e Palazzo Chigi sono allineati, fanno sapere. L’Italia quindi non può sicuramente firmare oggi: “Ci serve più tempo – ha spiegato Meloni – c’è un lavoro che va fatto, ma la mia posizione rimane di apertura”.

Per rendere possibile l’adesione italiana, lo statuto del Board dovrebbe probabilmente eliminare o per lo meno mitigare la leadership permanente, riequilibrare i poteri decisionali tra i Paesi membri e garantire che tutti gli Stati abbiano pari diritti e pari responsabilità. Solo a quel punto si potrebbe valutare una partecipazione, attraverso un passaggio parlamentare formale.

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