Effetto-Davos. L’Europa affonda tra lupi, marmotte e volenterosi. Il rantolo di Merz

venerdì, 23 Gennaio 2026
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Fotografie di un’Europa che non c’è più. A metà ormai, tra la “sindrome degli ultimi giorni di Pompei” e “i rantoli finali del moribondo”.
Prendiamo le frasi “suicide” o al contrario, “consapevoli” di Merz a Davos (dopo naturalmente aver ripetuto il mantra dell’aggressione russa); un premier che nemmeno in patria è stabile, ma fa il volenteroso per accreditarsi un ruolo internazionale e la necessità di riarmarsi per risollevare la sua economia: “La Russia è un paese europeo, e la Germania e l’Europa hanno sprecato un potenziale enorme. Siamo campioni mondiali di regolamentazione eccessiva e crescita zero”.
In soldoni, un fallimento politico, istituzionale, burocratico e soprattutto ideologico annunciati (i padri fondatori Ue si rivolteranno nella tomba). Se ne è accorto ora?
Domanda: Merz (oggi è a Roma per un vertice intergovernativo): è uno statista che ha preso coscienza, pur nella lucida sofferenza, del cambio di rotta del nuovo ordine mondiale (l’asse vincente Usa-Russia-Cina), e della “legge del più forte” (che ovviamente ha denunciato), principii e narrazioni non di ieri (basti ricordare la guerra fredda), ma che venivano infiorettati abilmente con parole tipo “democrazia”, “anticomunismo”, “Occidente”, “libertà”, “diritti”?
Merz uno statista? No. Un politico come tanti, che legittima i propri interessi del momento. E in questo momento “l’incontro a tre” tra la Casa Bianca, Mosca e Kiev, dimostra come stanno in effetti le cose, circa l’Ucraina e la Groenlandia.
E come disperato ancoraggio lui ipotizza un piano “italo-tedesco” basato su “nuove idee” (evidente è la stima nei confronti della Meloni), lasciando fuori Macron, simbolo di fatto del passato.
Ed ecco che Putin da mostro, Hitler, autocrate sanguinario, in prospettiva e a livello di percezione generale, diventa interlocutore, sull’altare della diplomazia e della logica di salvare il salvabile. Tradotto, la fine mascherata da furbizia di Bruxelles.
Se ne è accorto pure la “vedova-sanguisuga-isterica”, stanco di recitare la parte del “piazzista”, che risponde al nome di Zelensky, che ieri a Davos ha bacchettato l’Europa, involucro che parla-parla e obbliga tutti, lui compreso, a vivere ogni giorno lo stesso giorno, come le marmotte del famoso film. Un’Europa che cerca di far cambiare idea a Trump (botta alla Meloni e non solo), ma che non si muove mai (con esempi plastici, dalla Bielorussia all’Iran).
L’Europa va detto, non può permettersi di ergersi a giudice morale del presunto e in futuro più articolato acquisto della Groenlandia da parte di Trump, o della negoziazione obbligata per Kiev, certamente pagando un prezzo profondo. Del resto, ogni conflitto ha causato la frammentazione e lo spostamento di tanti lembi di sovranità statale, a seconda di chi vinceva e perdeva. In quanto al commercio, da un lato, gli Usa hanno sempre occupato e comprato i popoli, i territori e gli Stati. Chi non lo sa si rilegga la storia americana, dai nativi-indiani, alla Louisiana, all’Alaska, fino a quell’Europa del secondo dopoguerra a “sovranità limitata”. E quindi, gli Usa continuano nella medesima logica, “stile-dottrina Monroe”: sicurezza e interessi economici (ai legga energetici) a farla da padroni.
Dall’altro lato, l’Europa, la Spagna, il Portogallo, l’Olanda, il Belgio, l’Inghilterra, pure la scalcinata Italia, si sono comportati di conseguenza. Abbiamo scordato le colonie, la conquista di un posto al sole, il Mediterraneo, perfino gi imperi?
Tornando a bomba, le parole di chiunque non vanno mai prese alla lettera.
E la Meloni, sta giocando abilmente una partita estremamente difficile. Nel medio termine, destinata a emergere e a distinguersi rispetto ai deboli partner continentali; nel lungo, rischia di essere travolta dalla forza e violenza della nuova storia. Non firmare il board per Gaza, essendo stata invitata all’evento, con l’evidente scopo di dividerla dagli europei (sfaldare la Ue, l’Onu e forse la Nato è l’obiettivo del tycoon), ma anche di riconoscerle un ruolo diverso, di mediazione, di interlocuzione, di primato, avrà delle conseguenze, proprio nel rapporto con Trump. Vedremo se converrà all’Italia questo continuo puntellare Bruxelles.
Se il Board sarà un successo sarà stata un’occasione persa; se sarà una sterile passerella senza risultati, avremo galleggiato ancora per un po’ di tempo. Con i volenterosi condannati a inventarsi riunioni e comitati paralleli rispetto alla Casa Bianca, assolutamente inconcludenti e grotteschi.

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