Per mesi si è ripetuto come un mantra che Donald Trump avrebbe pagato un prezzo elettorale sull’economia. Inflazione, instabilità, politiche “azzardate”. Poi arrivano i dati, quelli noiosi ma testardi, e rovesciano la narrazione.
Nel terzo trimestre 2025 l’economia statunitense cresce del 4,4% su base annualizzata. Non una crescita simbolica, ma ben sopra le attese e in rialzo rispetto alla prima stima di dicembre (+4,3%). Numeri certificati, non slogan. In un contesto globale in rallentamento, con l’Europa che fatica a superare l’1% e la Germania ancora inchiodata alla stagnazione, gli Stati Uniti viaggiano a un ritmo doppio rispetto alle economie avanzate comparabili.
Il dato diventa ancora più interessante se scomposto. La crescita è trainata dai consumi interni, che restano solidi nonostante tassi elevati, e dagli investimenti privati, tornati a crescere con decisione soprattutto nei settori manifatturiero, energetico e tecnologico. La spesa pubblica pesa meno di quanto si racconti: non è una crescita drogata, ma sostenuta da domanda reale e margini aziendali robusti.
Sul fronte lavoro, il tasso di disoccupazione resta sotto il 4%, con salari nominali in aumento e una produttività che ricomincia a salire. Tradotto: più reddito disponibile e maggiore capacità di assorbire shock esterni. Anche l’inflazione, pur non azzerata, si è stabilizzata su livelli gestibili per famiglie e imprese, consentendo alla Federal Reserve una linea meno aggressiva.
È qui che la previsione “Trump perderà sull’economia” mostra la sua fragilità analitica. Le elezioni non si vincono sui paper accademici, ma sulla percezione materiale: lavoro, reddito, opportunità. E quando il PIL corre al 4,4%, la percezione cambia, eccome.
Questo non significa che il modello sia privo di rischi: debito federale elevato, tensioni commerciali latenti, polarizzazione sociale. Ma una cosa è certa: l’idea di un’America in affanno economico non regge più alla prova dei numeri.
Chi continua a leggere la realtà con le categorie del 2021 rischia di sbagliare diagnosi. E in politica, una diagnosi sbagliata porta quasi sempre a una previsione sbagliata. In questo momento, piaccia o no, l’economia è uno dei punti di forza di Donald Trump, non il suo tallone d’Achille.



