Roma. L’opposizione iraniana in piazza nel nome dello Scià Reza Ciro Pahlavi. REPORTAGE

domenica, 1 Febbraio 2026
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Oltre 40.000 iraniani, cittadini, commercianti disperati per la crisi economica, soprattutto giovanissimi uccisi a sangue freddo; centinaia di migliaia feriti, migliaia di persone arrestate, migliaia di accecati, torture ed esecuzioni pubbliche. Questo è il bilancio dell’ultima drammatica rivolta (che ancora continua nel silenzio dei media), soffocata brutalmente dai Pasdaran, i guardiani della rivoluzione islamica, considerati finalmente terroristi dalla Ue e non custodi della religione e di una legalità mai esistita da quando al potere sono arrivati gli Ayatollah.

Un bilancio da olocausto non affrontato seriamente dall’Occidente con la medesima forza ed enfasi ideologica di come è stata gestita mediaticamente e politicamente Gaza. Forse perché la geopolitica, alias il Mainstream, ritiene che le sommosse a Teheran e non solo, siano organiche agli interessi Usa e dell’odiato Israele.


Eppure si continua a morire. L’ultima ondata è stata la quarta di una ciclica “contro-rivoluzione”. La prima è stata il “Movimento Verde del 2009”, la seconda a Novembre 2019 infine, quella delle “Donne per la vita e la libertà”, nel 2022.
Manifestazioni a cui il regime iraniano ha risposto con la stessa repressione tipica di un castello debole che sta franando e che uccide nel nome di Dio: fucilazioni in diretta, impiccagioni, blackout totale delle comunicazioni, mitragliatrici e attacchi chimici; ospedali presi d’assalto, corpi confiscati e famiglie dei caduti costrette a pagare la tassa per i proiettili usati per sopprimere i loro parenti o i loro figli.


E l’Europa che fa, come reagisce? Dopo qualche dichiarazione e presa di posizione ufficiale da parte delle varie istituzioni e di qualche partito in Italia, il nulla. Solo l’attesa per un imprevedibile attacco Usa, ordinato da un imprevedibile Trump, in soccorso del dissenso iraniano.
Nel frattempo l’opposizione internazionale ad opera di cittadini iraniani all’estero, con la speranza di collegarsi all’opposizione interna, si sta organizzando, con una presenza mediatica e di piazza.

Ieri a Roma c’è stato un corteo e una manifestazione molto partecipata (oltre 10mila persone) di residenti all’estero, profughi, esiliati, organizzati dall’Associazione “Italia-Iran”. Tante famiglie e tantissimi giovani con cartelli inneggianti allo Scià di Persia Reza Ciro Pahlavi, figlio di Mohamed Reza Pahlavi, lo Scià detronizzato dalla Rivoluzione islamica del 1979. A cui si sono aggiunte anche alcune associazioni di monarchici italiani, come l’Umi, col suo Fronte monarchico giovanile, e Italia Sabauda.

La propensione monarchica della gran parte di iraniani all’estero e non solo, è facilmente comprensibile e spiegabile, come argomenta in ogni occasione il portavoce del principe Reza Ciro, Mario Filippo Brambilla di Carpiano (il regista dell’iniziativa), e come ribadito ieri dalla stessa piazza romana: la monarchia non è un passo indietro, ma in avanti, visto che Repubblica in Iran è sinonimo di oscurantismo e negazione delle libertà; mentre la monarchia costituzionale, auspicata e proposta da Reza Ciro Pahlavi, sarebbe, al contrario, la garanzia dell’unità, delle libertà e di uno Stato laico.

Un simbolo attivo, quindi, a disposizione di una nuova fase costituente, dove il popolo iraniano potrà scegliere direttamente il proprio futuro. Un simbolo, tra l’altro, in mancanza di altre figure e leader di primo piano, avversari attivi e credibili del regime di Teheran.


Non dimenticano inoltre, che l’aspirazione al progresso e ai diritti civili, rivendicati dai giovani, è l’effetto di un processo storico avviato proprio del padre di Reza Ciro: i famosi “10 punti della Rivoluzione bianca dello Scià e del Popolo”, pensata e scritta nel segno di una tradizione, quella persiana, precedente all’islamizzazione del paese e che prevedeva l’emancipazione della donna, la legione del sapere per combattere l’analfabetismo, lo spezzettamento del latifondo (avversato per ragioni opposte dai comunisti di allora, i “Mujaheddin del popolo”, e dagli Ayatollah proprietari terrieri), la partecipazione agli utili nelle fabbriche e l’azionariato operaio. Una sorta di terza via tra capitalismo e marxismo in una fase estremamente delicata, la guerra fredda e fortemente condizionata dagli interessi americani che volevano unicamente lo sfruttamento delle risorse petrolifere iraniane.


Ragioni importanti a favore oggi della soluzione monarchica. Dipenderà molto dagli obiettivi di Trump, se andare fino in fondo per un vero cambio istituzionale, o accontentarsi di mettere a cuccia un regime esausto e debole per condizionarlo.

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