Giorgia Meloni, gli scontri di Milano contro le Olimpiadi e gli italiani che odiano l’Italia

domenica, 8 Febbraio 2026
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Alla fine, Giorgia Meloni non s’è trattenuta e si è scagliata contro i guerriglieri urbani che ieri a Milano hanno inscenato il solito triste rituale degli scontri di piazza. La premier li ha definiti «nemici dell’Italia e degli italiani» che manifestano «contro le Olimpiadi, facendo finire queste immagini sulle televisioni di mezzo mondo».

Si tratta di parole molto dure e, se vogliamo, anche inusuali perché i violenti con il casco, i bastoni e le bombe-carta non sono più solo “teppisti” e “delinquenti” ma diventano “nemici della patria”, con gli estremisti rappresentati come una sorta di traditori dei loro connazionali. La premier dice in sostanza che i manifestanti tentano di vanificare il lavoro delle «migliaia e migliaia di italiani che in queste ore lavorano perché tutto funzioni durante le Olimpiadi». Tantissimi lo fanno da volontari, «perché vogliono che la loro Nazione faccia bella figura, che sia ammirata e rispettata».

Non è frequente che nella polemica politica il dissenso, ancorché violento, sia equiparato all’anti-Nazione e non mancherà certo chi, tra i ranghi dell’opposizione, accuserà Meloni di voler criminalizzare il dissenso in quanto tale. Figuriamoci, sono stati capaci di attenuare le colpe dei teppisti di Torino che stavano per linciare un poliziotto (semplicemente ignobile l’ultima puntata di “Piazzapulita” su La7 che ha rovesciato sulla polizia le responsabilità degli scontri), non ci sarebbe da stupirsi se qualcuno tentasse di giustificare anche stavolta gli antagonisti-guerriglieri.

Resta il fatto che le parole della premier sono state particolarmente forti. E c’è da chiedersi che cosa ha voluto intendere, che messaggio ha voluto lanciare.

Superficialmente si può dire che Meloni era semplicemente furiosa perché un gruppo di teppisti ha voluto sporcare la bella immagine offerta dall’Italia con la fastosa e festosa inaugurazione di Milano-Cortina, una manifestazione che per la premier, come anche per tanti italiani, ha rappresentato un bel momento di autostima nazionale.

Ma c’è forse, dietro le parole della premier, anche una chiamata a raccolta delle energie nazionali in una fase storica che comunque non è felice, con la crisi demografica sempre più preoccupante e con la competitività del sistema Italia che rimane un gradino sotto quella degli alleati-rivali dell’Europa e ciò a causa di limiti strutturali (tra i tanti, burocrazia soffocante, palude amministrativa, costo insostenibile dell’energia, ritardi tecnologici, reti informatiche insufficienti) che non si riescono proprio a superare.

È come se Meloni volesse farci sapere che questo non è il momento di richiudersi in sé stessi, nel piccolo mondo antico-provinciale ammantato di rimpianti ecologici e di nostalgie sociali. Non è chiaro se la premier si riferisse anche alla manifestazione (pacifica) che si è svolta prima degli scontri, quando migliaia di persone avevano manifestato contro le Olimpiadi «insostenibili» e seguendo parole d’ordine regressive, parole del tipo: «Le Olimpiadi favoriscono la speculazione edilizia mentre le classi popolari della città non vedranno un euro in più».

Ecco, siamo alle solite di un’Italia piccola piccola che ha paura di sognare e di volare,  un’Italia che non è neanche lontana parente di quell’Italia che dagli anni Cinquanta ai primi anni Settanta costruiva autostrade e realizzava opere pubbliche in tempo record, un’Italia che credeva nel futuro e investiva nel domani. Non a caso era l’Italia della crescita economica e del boom demografico.

La regressione di oggi è figlia della sfiducia, di quel pessimismo che attacca sempre i popoli sulla via del declino. Le parole della Meloni tendono a scuoterci dal nostro torpore. Gli italiani nemici dell’Italia sono in definitiva nemici di sé stessi. E fa rabbia vederli manifestare contro un segno di risveglio e di fiducia come quello che in questi giorni vediamo rappresentato nelle Olimpiadi di Milano-Cortina

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