Si chiama “semplificazione” la parola magica della nuova Europa che Giorgia Meloni e Freidrich Merz hanno in mente di costruire fin da subito e che mettono nero su bianco in un documento congiunto italo-tedesco che viene presentato in preparazione dell’imminente vertice Ue sulla competitività, summit programmato per giovedì 12 febbraio al castello di Aldien Biesen, a 80 chilometri da Bruxelles.
L’Europa “semplificata” nelle procedure e nelle decisioni tenderà, nelle intenzioni di Roma e Berlino, a sostituire l’Europa dei “piccoli passi” che è stata egemone nei decenni passati, ma che in realtà s’è ritrovata impantanata nei veti reciproci, nelle complicazioni burocratiche, nell’utopia paralizzante dell’unanimità tra ventisette Stati che non sono più sovrani ma che non sono neanche federati: un vero mostro giuridico e politico che ha complicato la vita di 450 milioni di cittadini europei mentre altri popoli (in particolare quello cinese e quello americano) correvano sulla via della rivoluzione tecnologica e della modernizzazione geostrategica sospinti da governi ambiziosi e, se vogliamo, anche prepotenti.
Il centro motore di questa nuova Ue (le cui linee sono state concordate nell’incontro tra Meloni e Merz del 23 gennaio a Roma) dovrà essere il Consiglio europeo, che poi è il vero organo di decisione politica dell’Unione perché formato dai capi di Stato e di governo dei Ventisette. Non che la Commissione e il Parlamento siano ridimensionati, ma non dovranno più ostacolarsi a vicenda e ostacolare a loro volta il Consiglio attraverso iniziative legislative definite “zombie” perché bloccate dalle procedure legislative.
Al dunque basta con i meccanismi farraginosi e con la paralisi politica. Ci sono decisioni che vanno prese in fretta in campo energetico, finanziario, in quello dell’intelligenza artificiale e, ultimo ma non da ultimo, nel campo della difesa comune. La chiave di volta è quel “federalismo pragmatico” raccomandato da Mario Draghi nell’ambizioso Rapporto sulla competitività di due anni fa. L’ex premier ed ex presidente della Bce (che sarà presente al summit di giovedì insieme con Enrico Letta, a sua volta autore di un altro rapporto sulla riforma possibile dei meccanismi europei) stima in 700-800 miliardi di euro il volume degli investimenti da destinare annualmente all’innovazione europea.
Non è uno scherzo, soprattutto se il reperimento di una massa così ingente di risorse dovesse gravare sui bilanci dei singoli Paesi. È giocoforza puntare sul debito comune europeo, come accaduto al tempo dell’emergenza Covid. Si tratta di una via che risulta sgradita ai Paesi del Nord Europa, a partire dalla stessa Germania di Merz, da sempre indisponibili a sottoscrivere eurobond insieme con gli “spendaccioni” del Sud Europa. Ma d’altronde, se federalismo “pragmatico” deve essere, l’Europa non può rimanere impantanata nelle ossessioni ideologiche scaturite dal “rigore” protestante e nordeuropeo.
Non tutti, naturalmente, applaudiranno l’intesa italo-tedesca nel campo della gestione politica europea. E a lamentarsi per primi saranno quei piccoli Paesi dell’Unione che vedranno il loro potere di veto ridotto, se non addirittura annullato, dalle “intese rafforzate” tra governi nell’ambito di un Consiglio europeo politicamente più forte.
Ma il meno contento di tutti sarà Emmanuel Macron. E ciò innanzi tutto perché le sue idee sulla ripresa di competitività continentale che dovrebbe a suo giudizio passare attraverso l’imposizione alle industrie di “comprare europeo” in materia di appalti e di investimenti, queste idee molto “ideologiche” e molto ad effetto, si scontrano con l’approccio pragmatico (appunto) proposto da Meloni e Merz. Ma anche perché un documento preparatorio italo-tedesco a un importante vertice europeo è una innovazione assoluta. Fino ad oggi la prassi dei pre-vertici era una esclusiva franco-tedesca. Ora invece la Francia si vede sostituita dall’Italia. Un vero smacco per “monsieur” le Président.
Macron sconta probabilmente l’attuale debolezza politica di Parigi, che ha cambiato tre governi in un anno. Ma sconta soprattutto l’esaurimento dell’asse franco-germanico come centro motore dell’Europa. Quell’asse si impose all’indomani della caduta del Muro di Berlino quando Francois Mitterrand pose a Helmut Khol la moneta unica europea come condizione essenziale per il via libera alla riunificazione tedesca. L’allora presidente francese temeva l’egemonia monetaria di un super marco in Europa.
Sono passati più di 35 anni e l’Europa scaturita da quel patto è in piena paralisi. Il nuovo cancelliere tedesco ha capito che è ora di voltare pagina. E l’Italia di Giorgia Meloni è stata lesta a inserirsi tra i ripensamenti tedeschi e le debolezze francesi.



