L’opposizione e il teatro degli oggetti smarriti

martedì, 17 Febbraio 2026
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Da molti anni le aule parlamentari non sono solo il luogo del confronto verbale, ma anche un grande laboratorio di arti performative applicate alla politica. Tra fantasmi, sveglie, sassi e silenzi coreografici, l’opposizione nella legislatura in corso ha deciso di puntare forte sull’immagine. A volte con efficacia, a volte con l’effetto collaterale di trasformare il messaggio in un meme.
L’ultimo capitolo della saga è stato l’epic fail dello spot del Partito Democratico per il “no” al referendum: immagini non autorizzate dei campioni del curling. Un piccolo dettaglio tecnico — leggi i diritti d’autore — che ha trasformato una campagna politica in un corso accelerato di copyright per principianti. Il messaggio? Potente. L’esecuzione? Un po’ meno.
Ma sarebbe ingeneroso fermarsi qui. L’opposizione, soprattutto quella del cosiddetto “campo largo”, ha dimostrato negli ultimi anni una notevole creatività.
Il 14 maggio 2025 Riccardo Magi si è presentato in Aula vestito da fantasma. L’obiettivo: denunciare la scarsa visibilità mediatica del referendum su lavoro e cittadinanza.
L’immagine era chiara: un referendum “invisibile”. Il problema è che, in un Paese in cui la soglia dell’attenzione media dura quanto una story su Instagram, il rischio è che a diventare invisibile sia il contenuto, non la denuncia.
Il 19 novembre 2025 Chiara Appendino ha portato in Aula una sveglia, mostrandola al ministro Urso per dire al governo che “è ora di svegliarsi”.
Il gesto è semplice, diretto, quasi didascalico. In un’epoca di messaggi complessi e decreti omnibus, la chiarezza è un valore. Tuttavia, anche qui il rischio è quello della metafora facile: la politica ridotta a cartellonistica tridimensionale. Oggi la sveglia, domani il cuscino. Il 29 maggio il deputato Claudio Mancini (Partito Democratico) ha scelto la via opposta: niente oggetti, niente travestimenti. È rimasto in piedi in silenzio per circa otto minuti, braccia incrociate, per protestare contro il decreto sicurezza.
Un gesto sobrio, quasi ascetico. Otto minuti sono lunghi in Parlamento. E ancora più lunghi in televisione. Il silenzio, in un’epoca di dichiarazioni compulsive, è una forma di rottura. Ma resta una domanda: quanti hanno capito il contenuto della protesta, e quanti hanno solo pensato che fosse saltato l’audio?
Nel marzo 2023 Angelo Bonelli ha portato dei sassi in Aula per denunciare il dissesto idrogeologico. Qui la metafora era concreta, pesante, letterale. Le pietre come simbolo di frane, incuria, emergenze cicliche. Un gesto visivo forte, quasi didattico. Ma anche qui la linea è sottile: tra la denuncia efficace e la tentazione di trasformare l’Aula in un set. C’ero in un sistema mediatico dominato da clip di 20 secondi, l’immagine è una leva inevitabile. Il problema è quando la leva diventa il fine.L’opposizione cerca spazio, visibilità, titoli. E li ottiene. Ma la domanda resta sospesa, come il fantasma di Magi: l’elettore ricorda il contenuto o solo il costume?

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