La riforma della giustizia voluta dal governo Carlo Nordio e sostenuta dalla premier Giorgia Meloni esce sonoramente bocciata dal referendum. Il 54% degli elettori ha scelto il No, contro il 46% dei Sì, segnando una sconfitta netta per l’impianto riformatore e aprendo una fase di riflessione politica non solo sul merito delle norme, ma anche sul clima che ha accompagnato la consultazione.
Referendum vince il No, le parole di Zanon e Sallusti
Dal quartier generale del Comitato per il Sì, all’Hotel NH di Roma, il presidente Nicolò Zanon prende atto del risultato con lucidità: “Risultato definito per il no. Grande partecipazione al voto, al di là dell’esito”. Il dato che rivendica con più forza è proprio quello dell’affluenza, letta come segnale di coinvolgimento dei cittadini su un tema considerato spesso tecnico e distante. “Le persone si sono sentite coinvolte”, osserva, pur riconoscendo che il dibattito si è sviluppato “non sempre attraverso messaggi del tutto corretti”.
Nella lettura di Zanon emerge l’immagine di un Paese diviso. Non tanto – sottolinea – sui principi fondamentali della Costituzione, quanto sul rapporto con la magistratura. “La Carta prevede strumenti per essere riformata ma oggi la frattura riguarda il sentimento nei confronti dell’ordine giudiziario”. Una spaccatura che la campagna referendaria avrebbe contribuito ad amplificare, lasciando sul terreno tensioni che ora, secondo il presidente del Comitato, andranno ricomposte: “Da domani bisognerà rimettere insieme le macerie che questa campagna ha lasciato sul campo”.
Sulla stessa linea, ma con un accento più politico, il direttore Alessandro Sallusti legge il risultato come l’esito di una sfida combattuta su piani diversi. “Abbiamo fatto una campagna a favore di una riforma, mentre il fronte del No ha scelto anche di attaccare i promotori”, afferma, rivendicando la scelta di non scivolare nello scontro diretto. Una strategia che, col senno di poi, non ha pagato: “Evidentemente il contro paga più dell’essere a favore”.
Sallusti invita però a evitare interpretazioni affrettate. Il 46% raccolto dal Sì, sostiene, resta “significativo” e non può essere liquidato come un tracollo. Allo stesso tempo, riconosce la natura inevitabilmente politica del voto: “Sì, è un voto politico anche contro il governo”. Un passaggio che apre a una riflessione più ampia sugli equilibri dell’esecutivo e sul rapporto tra riforme istituzionali e consenso.



