Referendum-flop. L’opposizione alza il tiro e il governo è anatra zoppa

mercoledì, 25 Marzo 2026
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“Alla fine, il referendum confermativo si è trasformato in un vero e proprio voto politico. Da questo momento siamo in campagna elettorale per le elezioni politiche”. Così il direttore dell’Agenzia d’informazione Dire, Nicola Perrone, con la sua consueta ed efficace sintesi, a risultato appena consolidato. E il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, che con i referendum proposti dal suo sindacato non aveva neanche raggiunto il quorum, ne approfittava per ‘allargarsi’, come si dice: “La maggioranza di questo Paese chiede un cambiamento delle politiche economiche e sociali. In questo voto credo che, oltre alla difesa della magistratura e la democrazia, ci sia la richiesta di una diversa politica economica e sociale che rimetta al centro il valore del lavoro, la pace”. Il risultato delle urne, dunque, per Landini “può aprire una nuova primavera”. La “primavera” che cantavano nelle sedi dell’Associazione nazionale magistrati i giudici, alternandola a cori da stadio anche nei confronti di propri colleghi, nei tribunali di Milano e Napoli, e probabilmente non solo, mentre dalle tv venivano snocciolati i dati dal Viminale. Intanto il cattolico Giovanni Bachelet, presidente del Comitato Società civile per il No al referendum (e figlio di Vittorio, barbaramente assassinato da terroristi rossi) si sbracciava in paragoni: “Penso che questa vittoria sia una vittoria che come quella della lotta partigiana o del referendum tra repubblica e monarchia…sia una vittoria non per noi, ma per tutti”. ‘Illuminato’ dal presidente della Conferenza episcopale italiana, il cardinal Matteo Zuppi, che anche ieri non è entrato in campo all’apparenza ma eccome ci è entrato sottolineando che “i padri costituenti ci hanno lasciato come preziosa eredità e bene da preservare” l’equilibrio e l’indipendenza dei poteri.

Solo a ruota poi abbiamo sentito le parole di Schlein e Conte, Magi e Fratoianni, Bonelli e Renzi. Abbiamo visto festeggiare, legittimamente, l’opposizione. Abbiamo ascoltato chi dalle sedi di partito o dalle piazze sognava, altrettanto legittimamente, il prossimo passo: lo sfratto a Giorgia Meloni da Palazzo Chigi. Non a caso. Perché a vincere, o perlomeno a permettere di vincere, la battaglia sul quesito referendario più che il ‘campo largo’ è stata un’alleanza variegata che passa da magistrati in campagna per mesi a sindacalisti nei ritagli di tempi, dalla gerarchia cattolica a pezzi di ‘deep state’, da docenti universitari ad artisti (o pseudo tali) e anche giornalisti, benché il ruolo dell’informazione nel nostro Paese sia sempre più marginale. Un’alleanza che ha aiutato a compattare “i nostri elettori”, come ha sottolineato la capogruppo del Pd alla Camera, Chiara Braga. Mentre, parola della stessa esponente dem, tanti elettori della maggioranza si lasciavano convincere invece a votare No. Segno di libertà mentale ma anche di scarso attaccamento partitico. Pericoloso per le future battaglie politiche dell’attuale maggioranza. Ma, nel contempo, non certo un avviso di ‘via libera’ all’attuale opposizione, come fanno credere a sinistra e dintorni.

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