Il futuro del governo passa per il calendario: all’esecutivo guidato da Giorgia Meloni mancano – alla data di oggi – 153 giorni per eguagliare il primato di longevità del Berlusconi II. Guai quindi a parlare di rimpasto, che vorrebbe dire nascita di un Meloni bis. In tal caso, il cronometro del governo si azzererebbe e la premier vedrebbe sfumare il suo, agognato primato di durata.
Questa almeno è l’idea accreditata in questi giorni dalla stampa parlamentare. È tutto, insomma, un fatto da guinness dei primati? È lecito in realtà dubitarne. Altre sono le ragioni che sconsigliano, in questo momento, la nascita di un secondo governo Meloni. Innanzi tutto c’è la crisi internazionale: con una guerra in corso nel Golfo, l’ultima cosa che può fare l’Italia è presentarsi con un governo in una fase di complessa ristrutturazione. All’estero non capirebbero e il nostro Paese perderebbe quell’immagine di stabilità politica che lo ha accompagnato in questi ultimi, convulsi anni e che gli ha permesso di riconquistare autorevolezza a livello internazionale.
Né la necessità di un rimpasto sarebbe compresa a livello di opinione pubblica. Mentre gli italiani sono alle prese con il caro energia e con il prezzo della benzina alle stelle, vedere la maggioranza impegnata a discutere di poltrone e cariche varie, darebbe la sgradevole sensazione di un centrodestra che si disinteressa dei problemi del Paese e che si concentra sui soliti giochi di potere. Così non sarebbe nella realtà, ma vallo a spiegare alle famiglie e alle imprese in difficoltà.
E poi ci sono le oggettive difficoltà di un’operazione rimpasto in questo momento. Non si tratta solo di sostituire Daniela Santanché al ministero del Turismo, ma anche di trovare chi dovrebbe prendere il posto di Adolfo Urso allo Sviluppo economico, che i giornali descrivono in procinto di abbandonare la sua carica perché parrebbe inviso a Confindustria. In questi giorni è circolato il nome di Luca Zaia, ma dalla Lega è venuto il fuoco di sbarramento: si tratta di uno dei ministeri più problematici in questo momento di penuria di risorse pubbliche, come dimostra lo scontro sul credito d’imposta per Transizione 5.0, passato al 15,75% dal 45 che era stato promesso. E qui va detto che Urso sta pagando, in termini di popolarità, le decisioni draconiane prese in primo luogo da chi detiene i cordoni della borsa: Giancarlo Giorgetti.
A complicare il quadro ci si mette anche Matteo Salvini, il cui appetito per il ministero dell’Interno s’è risvegliato non appena ha sentito parlare di rimpasto possibile.
Si possa o meno evocare l’idea di un Meloni bis, rimane il fatto che il governo ha urgente bisogno di un’immagine nuova e più competitiva nel periodo che lo separa dalle elezioni politiche del 2027. Non solo d’immagine, per la verità, ma anche di sostanza. È cruciale che la premier e i suoi ministri riescano a reperire le risorse necessarie a varare una legge di bilancio (quella destinata all’anno elettorale) un po’ più generosa di quelle che si sono succedute in questi anni. Va bene aver tenuto i conti in ordine negli ultimi tre anni e mezzo, va bene anche lo spread precipitato sotto i 100 punti, va bene, infine, la benevolenza delle agenzie di rating conquistata a suon di economie ma, per vincere le prossime elezioni, il centrodestra ha bisogno di dare un po’ di sollievo ai bilanci di famiglie e imprese . A tale scopo, si profila la possibilità che il governo chieda un po’di tregua agli occhiuti ragionieri di Bruxelles. Non sarà facile, ma potrebbe risultare una mossa vincente.
Un’altra mossa vincente potrebbe venire dalla nuova legge elettorale, il cui iter comincia oggi alla Camera. Anche qui però non bisogna parlarne troppo per non dare due, negative impressioni all’opinione pubblica. Una è che il governo modifichi le regole del gioco proprio nel momento della massima difficoltà, che modifichi insomma la legge elettorale per non perdere le prossime elezioni. L’altra è che la maggioranza pensi ad assicurarsi in qualsiasi modo la vittoria mentre il Paese sta soffrendo per la crisi economica e l’instabilità internazionale. L’impressione è quindi che, se legge elettorale sarà (e non c’è dubbio che questa legge verrà), il percorso legislativo non sia celerissimo, ancorché arrivi in tempo per le prossime elezioni. A complicare l’iter non ci sarebbero solo le proteste dell’opposizione, ma anche le perplessità della Lega. Il Carroccio non vede infatti di buon occhio l’abolizione dei collegi uninominali (uno dei punti qualificanti dello “Stabilicum”), una modalità di elezione che premia le forze a importante radicamento territoriale come appunto la Lega.
Alla fine però tutti i dubbi dovranno, in un modo o nell’altro, essere messi da parte. La vera impresa di Meloni non è battere il record di durata di Silvio Berlusconi, ma rivincere le elezioni. Un governo italiano riconfermato dagli elettori: questo sì che significherebbe portare a termine una missione. Storica.



