Ieri sera, impietriti davanti alla tv dopo il rigore che ha consegnato alla Bosnia l’accesso ad America 2026, saranno stati in molti a chiedersi chi possa averci lanciato la maledizione dei Mondiali. Perché mai la nostra Nazionale di calcio non può partecipare per la terza volta consecutiva alla festa planetaria del gioco più bello del mondo?
È inutile andare a cercare un genio malefico al di fuori di noi. La risposta la dobbiamo cercare dentro di noi, in quello che siamo diventati nel terzo decennio degli anni 2000. Perché, piaccia o non piaccia, la Nazionale “è” il Paese. Non ne è solo la rappresentativa di calcio, ma una parte organica, un emblema vivente, un sintomo rivelatore di umori e malumori. La Nazionale ci rivela se stiamo bene o se stiamo male. Poi, certo, non è detto che i Paesi in salute debbano per forza avere una squadra forte a rappresentarli nel mondo. Ma nel caso italiano c’è una simbiosi speciale, un tratto quasi genetico, ben rappresentato a suo tempo da una sarcastica battuta di Winston Curchill: «Gli italiani perdono le guerre come se fossero partite di calcio e le partite di calcio come se fossero guerre».
Facciamoci caso: la decadenza dell’Italia calcistica è un trend di lungo periodo come il declino demografico ed economico del Paese. L’ultimo nostro exploit ai Mondiali risale al 2006, quando vincemmo il campionato battendo la Francia ai rigori. Poi fu un lento e inesorabile scivolamento nella mediocrità. Nel 2010 fuori al primo turno in Sudafrica. Nel 2014 sempre fuori al primo turno in Brasile. Poi il buio. Non partecipiamo a Russia 2018 perché eliminati dalla Svezia. Né andiamo in Qatar nel 2022 perché eliminati da quella grande potenza calcistica della Macedonia del Nord. Ora, nel 2026, a sbatterci fuori è un’altra potenza calcistica come la Bosnia. C’è stata, è vero, la fiammata dell’Europeo del 2021, ma il ricordo di quell’impresa è stato cancellato dalla mediocrissima prestazione del 2024. In ogni caso, un campionato mondiale di calcio è ben altra cosa rispetto a un campionato europeo.
In questi anni nessun dirigente della Federcalcio ha sentito bisogno di dimettersi, come ad esempio il presidente Gabriele Gravina, che rimane lì, immarcescibile. È lì rimarrà -c’è da giurarlo- anche dopo il disastro di ieri sera. Anche in questo l’Italia del calcio è come il resto del Paese: ciascuno rimane incollato alla sua poltrona, accada quel che accada. Le dimissioni sono un gesto da esteti o da ingenui. C’è voluta la voce grossa di Giorgia Meloni per far dimettere Daniela Santanché, rimasta abbarbicata alla poltrona di ministra del Turismo anche dopo tre mozioni di sfiducia che le sono state presentate contro in Parlamento.
In Italia ci si dimette al massimo solo per convenienza, non certo per senso di responsabilità. Così si comportò l’ex ct della Nazionale, Roberto Mancini, che piantò tutti in asso nell’agosto del 2023, attratto dall’oro d’Arabia, lasciando nei guai gli Azzurri, che si ritrovarono all’improvviso senza guida. La patata bollente finì nelle mani di Luciano Spalletti, che non seppe però gestirla perché non si rese conto di non stare ad allenare gente come Johan Cruijff o Marco Van Basten, ma onesti travet del pallone come Nicolò Barella o Federico Dimarco.
Questa volta l’eliminazione dai Mondiali fa ancora più male. Ma non solo perché si tratta del terzo flop consecutivo o per le occasioni da gol incredibilmente sprecate da Moise Kean, Pio Esposito e dallo stesso Dimarco. Fa male perché ci rivela che il genio italico del calcio è finito in mano a furbetti maldestri.
Non a caso l’emblema (e il responsabile principale) di questa sconfitta è Alessandro Bastoni, che s’è fatto espellere per un fallo stupido ed evitabile sull’attaccante avversario. È lo stesso Bastoni che qualche settimana fa è stato sorpreso dalla telecamera a esultare dopo aver simulato un fallo che è costato l’espulsione al calciatore avversario durante la partita Inter-Juventus. Il furbetto diviene maldestro quando gioca con la maglia della Nazionale mettendo nei guai l’intera squadra. E un altro furbetto si è rivelato Dimarco, sorpreso anch’egli dalla telecamera a esultare davanti al video dopo la vittoria della Bosnia sul Galles martedì scorso, sempre ai rigori. Era evidentemente convinto che, con la squadra balcanica, la finale sarebbe stata una passeggiata. Mal gliene incolse.
Ieri sera abbiamo quindi assistito alla Nemesi dei furbetti.
L’unico che ci sentiamo di salvare è Rino Gattuso. In questa Nazionale c’ha creduto e c’ha messo l’anima. Ma non è bastato. Ieri sera, a fine partita, è apparsa in tv la sua espressione incredula e spaesata. Nel Pese dei furbetti anche i generosi fanno naufragio.



