Trump, Berlusconi, Renzi, Salvini, la Meloni: la regola e la maledizione del populismo mediatico

lunedì, 6 Aprile 2026
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Il populismo mediatico che alimenta il populismo politico è il male della nostra democrazia. Riguarda sia la destra, sia la sinistra. E gli effetti si vedono con matematica certezza, a partire dalla disaffezione dei cittadini, dall’astensionismo ormai cronico (uno su due non vota).
Tradotto, leader che si rivolgono direttamente al popolo tramite social, saltando ogni mediazione, che semplificano il linguaggio politico, impostano ogni comunicazione legandola esclusivamente al proprio target, nello schema obbligato, conflittuale “bene-male”, “amico-nemico”. Dove la realtà da tempo è stata sostituita dalla rappresentazione e la verità dalla narrazione. E dove gli annunci sostituiscono quotidianamente i fatti.
Questo spiega la politica liquida e il consenso liquido: il passaggio non graduale, anzi velocissimo, dal 30% a percentuali da prefisso telefonico. Una scure che ha colpito a suo tempo Berlusconi, poi Renzi, poi Salvini e che ora molto probabilmente inizierà a colpire anche la Meloni.
Sì, perché alla premier si poteva perdonare l’incoerenza tra promesse elettorali e scelte governative, il balbettio su sicurezza e immigrazione, il suo eterno oscillare in politica estera; quel “sovranismo pragmatico da valutare a fine mandato”, nel nome e nel segno della sua presenza carismatica, della sua grinta, del suo decisionismo e del rispetto di cui indubbiamente gode a livello internazionale. Un abisso rispetto alla pochezza di molta (non tutta) sua classe dirigente. Ma la sconfitta al referendum le ha fatto perdere quell’aura di sacra invincibilità.
E adesso ha due possibilità: o fa l’anatra zoppa, gestendo l’ordinario, evitando di parlare ancora di riforme (un autonomismo del resto blando e un premierato fatiscente); o tenta un colpo di coda, magari su temi come l’economia, le bollette, la stessa sicurezza, come il suo tempestivo viaggio in Medioriente per contenere la futura crisi energetica.
Ma il trend negativo che incombe sarà scontato, come un vento che spira al contrario e di cui si percepisce già la forza. La luna di miele con gli elettori è finita.
Stessa cosa per quanto concerne Trump. Lui è il maestro del populismo mediatico globale. E pure lui sarà vittima dei medesimi meccanismi strutturali che l’hanno portato alla vittoria e che ora lo porteranno a soccombere.
La mistica degli “annunci che sostituiscono i fatti” ha il fiato corto. Crea prima un consenso emotivo, poi un “effetto-overdose” infine, un “effetto-ghigliottina”. Si può continuare a dire in eterno che la guerra in Iran è vinta, mentre è persa, o quantomeno molto complessa? Si può continuare ad alzare il tiro e poi tornare sui propri passi (dai bombardamenti ai dazi)? Della serie, chiedo 100 e mi accontento di 50?
Un leader come lui non ci vuole molto a trasformarsi in un essere grottesco se non patetico, una tigre di carta come avrebbe detto Mao.
Il peccato mortale è che questo populismo sovranista sta rendendo parodia il conservatorismo doc, i valori che dice di rappresentare contro la sinistra. Col risultato che certi contenuti (l’idea di società, di appartenenza identitaria, di famiglia etc), saranno buttati a mare insieme al loro film. Che i Trump sanno interpretare, recitare bene. Ma solo nel primo tempo. Dopo l’intervallo c’è sempre il secondo tempo.

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