La sospensione del rinnovo automatico dell’accordo di difesa con Israele annunciata da Giorgia Meloni e la proposta di Matteo Salvini di bloccare i prezzi dei carburanti sono due risposte alla stessa pressione: l’aumento del rischio geopolitico che si trasforma, rapidamente, in costo economico.
Ma se si scende sotto la superficie politica, lo scenario è molto più rigido dei titoli. L’Italia consuma circa 60 miliardi di metri cubi di gas all’anno e oltre 1,2 milioni di barili di petrolio al giorno. Di questa energia, più del 75% è importata. Questo significa che ogni variazione esterna si trasferisce quasi integralmente sul sistema interno. Il prezzo alla pompa è lo specchio di questa dipendenza. Su un litro di carburante, circa il 55-60% è composto da accise e IVA, mentre la componente industriale (estrazione, raffinazione, distribuzione) pesa per il restante 40-45%. In pratica, anche azzerando completamente le tasse, il prezzo resterebbe comunque legato alle dinamiche globali.
Negli ultimi 15 anni il problema si è aggravato. La capacità di raffinazione europea è scesa di circa il 20%, mentre la domanda di diesel è aumentata. Oggi l’Unione Europea importa tra il 15% e il 20% del gasolio, soprattutto da Stati Uniti e Medio Oriente. Questo squilibrio rende i prezzi estremamente sensibili a ogni shock logistico o politico.
Un altro dato poco discusso riguarda il trasporto. Circa il 90% del commercio mondiale viaggia via mare. Quando il rischio aumenta, i premi assicurativi sulle rotte critiche crescono rapidamente: nelle ultime settimane si registrano aumenti tra il 20% e il 35% per alcune tratte energetiche. Questo costo si riflette direttamente sui carburanti.
Poi c’è la questione della domanda interna. In Italia circolano oltre 40 milioni di veicoli, di cui più del 40% diesel. Il trasporto su gomma rappresenta circa l’85% della logistica nazionale. Questo significa che qualsiasi aumento del gasolio si propaga su tutta la filiera: alimentari, industria, servizi.
Arriviamo quindi alla proposta di bloccare i prezzi. Per abbassare il carburante di 20 centesimi al litro, servono circa 7-8 miliardi di euro annui. È una cifra che può essere sostenuta solo temporaneamente. Nel 2022 il taglio delle accise da circa 25 centesimi è costato allo Stato oltre 1 miliardo al mese. Non è replicabile a lungo senza impatti su deficit o spesa pubblica.
L’alternativa è intervenire sugli extraprofitti delle compagnie. Ma anche qui i numeri sono meno lineari di quanto sembri: i margini di raffinazione sono altamente volatili e in Europa spesso inferiori rispetto ad altre aree. Ridurli ulteriormente rischia di comprimere un settore già fragile.
Infine c’è l’effetto meno visibile ma più pericoloso: se il prezzo viene imposto artificialmente sotto il costo reale, si riduce l’incentivo alla distribuzione. È il meccanismo che storicamente porta a carenze o razionamenti indiretti.
La scelta di sospendere l’accordo con Israele ha un peso politico e strategico. Ma sul piano economico non riduce il problema centrale: l’esposizione energetica. Il blocco dei prezzi può rallentare temporaneamente l’impatto sui consumatori. Ma non elimina la causa. La sposta.
Un sistema che importa tre quarti della propria energia non controlla il prezzo finale. Può solo decidere come e quando pagarlo.



