J. D. Vance, vicepresidente degli Stati Uniti, convertito al cattolicesimo grazie anche alla figura potente di sant’Agostino, fa il teologo con Papa Leone XIV in nome e per conto di Donald Trump, scegliendo la strada della lealtà assoluta al presidente, che potrebbe valergli la candidatura repubblicana alla Casa Bianca nel 2028. Non bastano gli strali maleducati e rozzi di The Donald verso il Papa, Vance rincara la dose. In un’intervista ha affermato che il post del presidente, che lo raffigurava come Gesù, era uno scherzo. «Lo ha rimosso perché si è reso conto che molte persone non capivano il suo umorismo, ma il Papa dovrebbe rimanere al suo posto. Sarebbe meglio se il Vaticano si occupasse di questioni morali – ha detto Vance – e lasciasse che sia il presidente degli Stati Uniti a dettare le politiche pubbliche americane». Com’è noto, a Trump e Vance ha replicato il presidente Sergio Mattarella: «Con i suoi richiami il Papa mette in guardia dal pericolo dell’autoesaltazione».
Leone XIV aveva detto che la legittimità dell’autorità non dipende dall’accumulo di potere economico o tecnologico, ma dalla saggezza e dalla virtù con cui essa viene esercitata. Anche la temperanza si rivela essenziale per l’uso legittimo dell’autorità, poiché la vera temperanza frena l’esaltazione smodata di sé e funge da barriera contro l’abuso di potere. Cardini della Dottrina sociale della Chiesa cattolica che, però, collidono con ciò che esprime l’attuale Casa Bianca e l’America del Movimento Maga predicata da Trump. Un movimento, peraltro, sempre più spaccato e in crisi di identità.
La situazione negli Stati Uniti comincia a essere magmatica. Tre cardinali americani hanno ripresa le posizioni severe del Vaticano, allargando la critica alla propaganda prodotta attorno al conflitto. Nel corso di un programma televisivo, gli arcivescovi Joseph Tobin di Newark, Robert McElroy di Washington e Blase Cupich di Chicago (città natale di Prevost), hanno esteso il pensiero di Leone specificamente alla banalizzazione del culto di morte. «Stiamo deumanizzando le vittime della guerra, strumentalizzando la sofferenza di innocenti e la strage di bambini e soldati in spettacolo», ha detto Cupich.
«Quando tre giorni fa Robert Barron, vescovo di Winona-Rochester, in Minnesota, – argomenta il Corriere della Sera – ha dichiarato che il presidente «dovrebbe scusarsi con Papa Leone XIV. Barron è sempre stato uno dei tifosi più convinti del trumpismo come difensore dei valori cristiani. Ma l’offensiva contro il figlio di Chicago a Roma; la immagini in cui Trump si paragona a Gesù che guarisce i malati o addirittura li resuscita, tranne poi correggersi; le accuse a Leone di essere debole e di non capire la logica della guerra all’Iran: allontana, però, molti cattolici».
«Perfino Ewtn – aggiunge il Corriere – il più grande conglomerato di media religiosi del mondo e la maggiore rete cattolica degli Stati Uniti, ha accolto con freddezza le sortite trumpiane. Raymond Arroyo, in passato accusatore di Papa Francesco, stavolta si è schierato con Leone XIV e contro Trump. “Il suo è stato uno sciatto e francamente irrispettoso attacco al Papa”, ha detto. Che le intemerate presidenziali abbiano sconcertato più che entusiasmato quel mondo è stato sempre più chiaro col passare delle ore».
La novità più sostanziosa, però, è che in patria sempre più voci chiedono che per Trump si consulti la sezione 4 del 25esimo emendamento, che consente al vicepresidente e alla maggioranza del gabinetto di dichiarare il presidente «inabile a esercitare i poteri e i doveri del suo ufficio» e il New York Times ha sollevato, ancora una volta, il tema della salute mentale del presidente.
«Una serie di dichiarazioni sconnesse, difficili da seguire e a tratti volgari, culminate la settimana scorsa con la minaccia di cancellare l’Iran dalla mappa (“un’intera civiltà morirà stanotte”) e la domenica sera con il suo sconcertante attacco al papa, definito “debole” sul fronte criminale e pessimo in politica estera – ha scritto non più di tre giorni fa il quotidiano newyorchese – hanno lasciato in molti l’impressione di un autocrate squilibrato e assetato di potere».
Un percorso che qualcuno potrebbe seriamente decidere di imboccare qualora le elezioni di medio termine di novembre segnassero un inequivocabile segnale di declino del trumpismo.



