C’è una guerra in Medioriente che si combatte nel vicolo cieco di Trump. Nessuna svolta, nessuna strategia d’uscita. Almeno per ora. Ci prova Ian Bremmer, politologo esperto di relazioni internazionali che ha fondato e dirige Eurasia Group, a ipotizzare una soluzione. Paradossale.
«Donald – dice – può solo dichiarare vittoria e chiuderla qui, anche se questo significa, nei fatti, ritrovarsi con un Iran più baldanzoso, incattivito e che controlla lo stretto di Hormuz». Poi coglie il lato grottesco della situazione: «Per il momento, il rifiuto di Teheran non va dato per assodato. Occorre tenere in conto che c’è una certa tendenza ad atteggiarsi, da entrambe le parti. Per esempio, anche ai tempi del primo round di negoziati, prima gli iraniani hanno detto che una tregua in Libano era il prerequisito per sedersi al tavolo, ma poi sono andati a Islamabad anche senza ottenerlo. Insomma, ora fanno la voce grossa per mandare il messaggio che non avvertono un bisogno disperato di negoziare, ma non è detto che non vogliano farlo. Tuttavia, è evidente che non prendono sul serio le minacce di Trump».
Quindi ribadisce una certa inadeguatezza dell’inquilino della Casa Bianca ad affrontare il momento storico: «È la quinta volta che Trump minaccia di distruggere l’Iran, se non accetta un accordo. Finora, ogni singola volta, ha fatto marcia indietro e così ha perso credibilità».
E l’Italia? Si dice interessata a sbloccare lo stretto di Hormuz anche impegnandosi direttamente, pur nel rispetto della Costituzione. Lo dice chiaramente il ministro della Difesa Guido Crosetto nel corso di un’intervista concessa al Corriere della Sera: «C’è una spinta della comunità internazionale, che punta a mettere in sicurezza Hormuz e a far sì che riprenda la libera e pacifica navigazione delle merci a pieno regime. L’Italia, che ha una delle migliori marine militari del mondo, potrebbe pensare ad assetti cacciamine. Da 20 giorni ho detto al capo della Difesa e della Marina di tenersi pronti con due navi. Ma per inviarle occorre la fine delle ostilità, perché nessuno vuole entrare in una guerra. La comunità internazionale potrà accedere a Hormuz solo dopo la tregua, per non trovarsi in una zona di guerra. E il governo italiano passerà dal voto del Parlamento, che per noi è un passaggio dovuto, obbligatorio, fondamentale».
Di fronte alle opposizioni che chiedono un mandato chiaro dell’Onu, Crosetto replica: «Il primo Paese a chiedere un intervento dell’Onu, già mesi fa e su mia esplicita dichiarazione, è stata l’Italia e non solo per la guerra in Iran. Sono contento che ci arrivi anche l’opposizione. Mi auguro che ci sia l’egida dell’Onu, ma non mi formalizzerò se invece ci saranno 42 nazioni con un mandato e una forza multilaterale di pace. E non penso che, davanti a una missione internazionale, il Parlamento possa fare distinguo».
Intanto, va ricordato, sottotraccia si rafforza l’alleanza strategica tra Russia e Cina che cercano di trarre beneficio dagli errori marchiani di Trump e dal conseguente attivismo disordinato della diplomazia statunitense ergendosi a vero contrappeso globale degli Stati Uniti.
La posizione di Mosca e Pechino nella crisi in corso nello stretto di Hormuz non è solo di supporto diplomatico a Teheran, ma si va configurando come un contrappeso attivo alla politica di pressione di Donald Trump. Mentre il tycoon oscilla tra minacce di distruzione e inviti a Islamabad, Russia e Cina hanno consolidato un asse che vede nel blocco navale statunitense un atto illegale e un pericolo per la stabilità globale. La coordinazione tra le due potenze è emersa con chiarezza già nei giorni scorsi, quando Pechino e Mosca hanno posto il veto a una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che mirava a legittimare l’uso della forza per proteggere la navigazione commerciale nello stretto. Mosca ha definito il testo “sbilanciato e inaccurato”, sostenendo che fa il gioco della retorica minacciosa di Trump contro l’Iran”. Pechino, per bocca del suo ambasciatore, ha avvertito oggi che appoggiare tali misure mentre gli Stati Uniti minacciano la “sopravvivenza di una civiltà” invierebbe un messaggio errato con “conseguenze gravissime”.
Per la Cina, la questione non è solo politica: circa un terzo del suo fabbisogno petrolifero transita per Hormuz. Nonostante il blocco imposto dagli Usa lo scorso 13 aprile, Pechino ha già dimostrato di non voler piegare la propria economia a Washington. Proprio una petroliera cinese è stata la prima imbarcazione a infrangere apertamente le restrizioni di Trump. Pechino considera il blocco navale americano come un azzardo volto a compensare la mancanza di leva negoziale, sottolineando come la pressione russa e cinese stia di fatto rendendo fragile l’azione di Trump. L’importanza di questo asse è stata suggellata nei giorni scorsi dalla visita ufficiale del Ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov, a Pechino. Durante i colloqui, le due potenze hanno ribadito che «unilateralismo e sanzioni minano la stabilità globale».



