Ora che Trump ha attaccato nuovamente il papa, assistiamo al solito copia-incolla di frasi, tutte uguali e formalmente corrette. Della serie, “il Santo Padre non si tocca”, “lui parla la lingua del Vangelo”, “non scende nell’agone politico”, “è impensabile che un pontefice possa giustificare l’atomica e la guerra”, visto che il messaggio cristiano è la pace e l’amore tra i popoli.
Niente di nuovo. Il rapporto tra religione e istituzioni politiche è stato sempre molto complesso e delicato.
Ad esempio, il cattolico Rubio in visita a Roma, verrà a ricucire lo strappo col governo Meloni? E allora come si spiega che il tycoon, proprio in vista di questa missione, ha alzato violentemente il tiro? Pensa di comportarsi anche col Vaticano come fa con ogni suo interlocutore internazionale e non: mena, vede la reazione della vittima prescelta, e poi media?
D’altra parte, avrebbe una qualche ragione strategica, visto che le gerarchie cattoliche americane si sono incontrate con esponenti dem. E i cattolici alle scorse elezioni lo hanno votato in massa.
Oppure, si tratta di un abile depistaggio, come afferma il giornalista Molinari: non c’entra il nucleare, non c’entra l’Iran, ma il tema è Cuba (prossima tappa di occupazione stelle a strisce, isola col difetto di essere a maggioranza cattolica), o la Cina (si pensi all’accordo-capestro fatto da papa Francesco circa la Chiesa cattolica cinese controllata dal regime comunista).
Al di là delle varie interpretazioni e del dibattito che ne segue e seguirà, la sinistra che demonizza Trump dovrebbe ricordarsi che i suoi atteggiamenti, certamente sgrammaticati, da bullo, incostanti e manichei, non sono nuovi per quanto riguarda gli Usa, ma fanno parte del Dna americano.
Una postura genetica ti timbro tipicamente protestante che, a differenza del cattolicesimo (religione che prevede la correzione, la conversione, il pentimento, il cambiamento degli uomini), ingessa il mondo in persone “eternamente beate” ed “eternamente dannate”. Una netta e incomunicante separazione tra bene e male.
Da qui la nascita e la legittimazione nella storia di quello che sono gli Usa: la Costituzione che garantisce la felicità, la pena di morte, l’impero del bene, che lo difende ed esporta ovunque.
E da qui la “guerra giusta” come la “pace giusta”. Crediamo veramente che abbiano vinto i due conflitti mondiali perché nel giusto? O non piuttosto in quanto più forti? E le bombe atomiche di Nagasaki e Hiroshima sono state bombe giuste perché sganciate dall’impero del bene?
Non ne usciremo mai. Ma una cosa è certa: Trump esprime in modo becero l’identità americana. Non è una scheggia impazzita o una variabile indipendente della democrazia.
E quindi, è perfettamente coerente che giudichi il papa, che starebbe dalla parte sbagliata; Leone che non capisce l’azione generosa e umanitaria della Casa Bianca che difende il bene (e non ha interessi geopolitici e geo-economici, come il nucleare e le altre risorse energetiche): ridicolo.
Il papa, secondo Trump, dovrebbe essere il braccio spirituale della (sua) politica; un po’ come Alessio, capo della Chiesa ortodossa russa, fa con Putin. E’ il concetto di guerra santa legittimata dalla Chiesa. Un vizio antico (il consenso): il potere politico che si serve di simboli religiosi per accreditarsi rispetto ai cittadini.
Nel Medioevo, quanti chiodi della Croce di Cristo hanno fatto il giro dei troni europei?
Il vero problema è il fondamentalismo politico che si sposa col fondamentalismo religioso. E i danni sono incalcolabili. Vedi il motto di Hitler (Gott Mit Uns): “Dio è con noi”.



