A proposito della polemica tra il ministro Alessandro Giuli e Marcello Veneziani, circa la qualità della classe dirigente e il cambiamento culturale che avrebbe dovuto avviare la destra di governo, avevo detto “vedremo il ministro e Pietrangelo Buttafuoco cosa faranno”, “quale idee e scelte lasceranno ai posteri”. A differenza di Veneziani che, al contrario, ha consegnato a tutto un ambiente una miniera, un giacimento di iniziative, contributi culturali, giornalistici e non solo.
Come noto, non ho mai apprezzato certe posture palesemente e ostentatamente eccentriche, estetizzanti, più da avanspettacolo, pur di farsi accettare dai salotti che contano, appalto storico e genetico della sinistra (la famosa “sindrome da legittimazione” di cui soffrono in molti a destra).
Come non ho mai accettato la logica dei circoli magici, delle appartenenze militanti, della fedeltà al capo e alla caserma. Che da An a Fdi sono purtroppo una tradizione consolidata e prevalente. Anche se va detto che in pochi, nell’arco parlamentare, sono immuni da tali abitudini.
Preferisco guadagnarmi i galloni con le mie uniche forze, competenze, mantenendo una difficile coerenza tra la forma e la sostanza del pensiero conservatore che attraverso i miei libri, le mie attività accademiche, va attualizzato e non musealizzato, né tantomeno azzerato.
Parlando del cosiddetto duello tra Buttafuoco e Giuli relativo alla Biennale di Venezia, russi compresi, occorre come premessa: liberarsi dei pregiudizi, dalle simpatie o antipatie personali, per attenersi ai fatti, ai comportamenti e alle loro dichiarazioni.
E da qui tentare un’analisi.
Si può accettare tutto, provocazioni, gusto del paganesimo, del pensiero solare, oppure dall’altra parte, esotismo islamico, barocchismi, ma una cosa è certa: Buttafuoco ha ragioni da vendere.
L’arte, la cultura, lo sport, la musica, sono dei popoli, della loro storia, della loro identità; la politica, invece, è, specialmente oggi, mera strumentalizzazione, mero interesse del momento, strategia, esercizio del potere, e troppo spesso manipolazione e propaganda.
E i due, già amici, hanno finito per recitare due parti in commedia (bisognerà vedere quanto ci credono, o quanto siano costretti dai rispettivi ruoli): il primo, intellettuale libero che parla di “giardino di pace”, di libertà, creatività (“siate liberi e audaci”); il secondo ha svolto il mestiere di agente del governo che difende militarmente le posizioni politiche della sua parte. Ben rintuzzato da Buttafuoco: “Non intendiamo barattare il quieto vivere politicante, 130 anni che hanno raccontato così il mondo”.
Quello che dispiace è che la destra nel suo complesso finisce, come finirà, per dare uno spettacolo non piacevole e non all’altezza della situazione. Vedere due nomi importanti dell’ambiente, nominati dai vertici apicali di Palazzo Chigi, lanciarsi strali, non depone bene.
Primo, danno ragione alla superiorità morale ed etica della sinistra. Secondo, ricalcano posizioni strumentali da opposte tifoserie, dagli effetti devastanti. Nel momento in cui il criterio di partecipazione alla Biennale di Venezia, è unicamente ideologico, allora è normale che i Pro Pal se la prendano con lo stand di Israele; e che le Femen ucraine contestino il padiglione russo.
Giuli con le sue posizioni, comprensibili sul piano istituzionale, rischia non solo di limitarsi a compiacere gli equilibri superiori, ma anche di rappresentare solo il lato destro del pensiero unico dominante. Domanda: quale novità? Quale differenza concreta rispetto alla sinistra?
E Buttafuoco, da presidente super-partes e pacificatore, rischia paradossalmente di passare ai posteri come divisivo e scomodo. A lui sicuramente attribuiranno la responsabilità delle contrapposizioni generate dall’aver ospitato i russi e la successiva posizione poliziesca della Ue.
Per ora ha vinto. il padiglione russo è aperto e offre vodka. E il ministro Giuli non parteciperà alla solenne inaugurazione. Ma dopo una prima puntata ci sarà la seconda.



