Talvolta è meglio utilizzare le buone anziché le cattive maniere. Dopo le minacce, i moniti e i proclami urlati a mezzo stampa, Donald Trump ha messo pacificamente le mani sulla Groenlandia attraverso gli efficaci canali di Wall Street. Grazie a una serie di operazioni che solo i maghi dell’alta finanza possono comprendere, la compagnia Critical Metals, con sede a New York e quotata al Nasdaq americano, ha assunto il controllo totale del giacimento di Tanbreez, nel sud dell’isola artica, che comprende 4,7 miliardi di tonnellate di terre rare, un quarto delle quali (27 per cento) “pesanti”, considerato il più importante bacino di terre rare pesanti non sfruttate al di fuori della Cina, che attualmente vanta il quasi totale monopolio sulla loro produzione e lavorazione.
La finanza ha potuto, dunque, molto più delle armi. Le terre rare pesanti (terbio, disprosio, ittrio) sono molto più difficili da estrarre rispetto a quelle leggere e sono molto richieste perché necessarie per la produzione di armi e componenti elettroniche. Critical Metals, nata come spin-off di una società mineraria australiana, la European Lithium, nel giugno 2024 ha acquistato per oltre 200 milioni di dollari il 92,5% dei diritti sul giacimento di Tanbreez, che già possedeva una licenza di sfruttamento, e un anno fa ha stretto una partnership con GreenMet, compagnia privata diretta dall’ex consigliere di Trump Drew Horn, per lo sviluppo congiunto del progetto minerario. Il 17 aprile scorso, la transazione è stata ufficialmente approvata dalle autorità groenlandesi. E dieci giorni dopo, l’azienda americana ha annunciato l’acquisizione della società madre, European Lithium, che deteneva la quota residua di Tanbreez, ora del tutto «americano”.
C’è di più. La Critical Metals, a gennaio, ha anche firmato un accordo di fornitura decennale con l’impianto di lavorazione di Ucore in Louisiana, lo Stato americano governato da Jeff Landry, nominato da Trump inviato speciale Usa in Groenlandia. Non è un caso, quindi, se Landry parteciperà a fine maggio a una conferenza d’affari a Nuuk, nonostante non sia stato formalmente invitato. Al centro dell’evento ci sarà il tema dell’esplorazione mineraria.
La stessa azienda ha annunciato con orgoglio che le sue attività in Groenlandia consentono di sfruttare uno dei giacimenti di terre rare più ricchi e ancora inesplorati al mondo, con tutte le ricadute strategiche del caso: «Questi materiali essenziali – dicono dal quartier generale – alimentano settori cruciali, dalle energie pulite e la mobilità elettrica alla difesa, all’aerospazio, alla robotica e alle tecnologie avanzate, consentendo la realizzazione di impianti ad alta tecnologia, accelerando l’innovazione e guidando la transizione energetica globale».
Donald Trump, che per mesi ha minacciato di utilizzare la forza per prendere il controllo dell’isola artica e delle sue abbondanti ricchezze minerarie, strappandola alla Danimarca, di cui è territorio autonomo, è riuscito nell’intento di accaparrarsela grazie alla più incruenta, ancorché costosa, delle operazioni finanziarie. Per l’Unione europea, insignificante gigante dai piedi d’argilla, è stato uno schiaffone in piena regola perché i giacimenti di terre rare di cui necessita per attuare le proprie agende all’insegna del Green Deal, le sono stati sfilati da sotto il naso. La Groenlandia è stata forse l’unico scacchiere sul quale Trump si sia mosso con astuzia: ha minacciato di prendersi l’isola militarmente distraendo Bruxelles. Mentre quest’ultima preparava una linea difensiva sull’Artico, la finanza ha fatto il resto, adesso il Vecchio Continente si ritrova schiacciato tra la dipendenza dalla Cina e il nascente mercato americano.



