Prima che sul ponte sventoli, per l’ennesima volta, bandiera bianca, sarà la magistratura a dover chiarire la vicenda, inerente alla realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina, che coinvolge tre persone indagate per corruzione e rivelazione del segreto d’ufficio. I tre, un avvocato, un imprenditore e un magistrato della Corte dei Conti avrebbero tentato di interferire con la realizzazione dell’opera già sotto osservazione da parte della Procura di Roma. Tommaso Miele, già presidente aggiunto della Corte dei Conti, l’avvocato Giacomo Saccomanno, ex commissario della Lega in Calabria, e l’imprenditore è Vincenzo Virgiglio, responsabile delle relazioni esterne dell’associazione «Accademia Calabria», si sarebbero accordati per ottenere un parere preliminare positivo sulla fattibilità dell’opera.
In buona sostanza, avvicinato da Saccomanno e da Virgiglio, il magistrato avrebbe offerto la propria disponibilità all’accordo illecito, fornendo aggiornamenti sull’andamento della procedura condotta dalla Corte contabile, rivelando informazioni riservate sugli orientamenti dei colleghi magistrati contabili e sullo sviluppo della relativa Camera di consiglio in adunanza plenaria. Le perquisizioni effettuate dalla Procura avrebbero offerto significative conferme all’ipotesi di reato.
Mentre gli indagati si dicono estranei ai fatti loro contestati, sulla vicenda interviene la società Stretto di Messina Spa: «Abbiamo accolto con sorpresa la notizia. Siamo completamente estranei all’inchiesta e confermiamo la massima disponibilità a collaborare con le autorità. Prenderemo tutte le misure necessarie a nostra tutela».
Le perplessità della Corte dei Conti sull’opera arrivano da lontano. Nel settembre scorso la magistratura contabile aveva espresso dubbi sulla delibera al suo esame, con la quale il Cipess aveva dato il via libera al progetto del Ponte sullo Stretto. Il dossier passò poi nelle mani della Sezione centrale di controllo legittimità, che è l’organo collegiale che svolge il controllo preventivo, che decise a ottobre di non ammettere al visto e alla conseguente registrazione la Delibera Cipess n. 41/2025 del Ponte sullo Stretto. Tra le motivazioni alla base della bocciatura, la violazione dell’habitat naturale, le modifiche contrattuali il mancato parere dell’Autorità di regolazione dei trasporti sul piano tariffario. Nel documento di settembre, che era stato inviato alla presidenza del Consiglio, il magistrato istruttore aveva ricostruito la tempistica dei diversi passaggi tra le amministrazioni e aveva chiesto chiarimenti anche procedurali e tecnici esprimendo molte “perplessità”: si tratta dei nodi che avevano poi portato alla decisione demandata all’organo collegiale della Corte. La Corte sottolineava la necessità di acquisire chiarimenti ed elementi informativi sulla delibera: «risulterebbe non compiutamente assolto l’onere di motivazione – scriveva – difettando, a sostegno delle determinazioni assunte dal Cipess, anche in relazione a snodi cruciali dell’iter procedimentale, una puntuale valutazione degli esiti istruttori».
La vicenda ha ridato fiato ai comitati che si oppongono alla realizzazione dell’opera. Il comitato “Noponte Capo Peloro” scenderà in piazza sabato prossimo con un presidio alle 18.30 in via circuito a Torrefaro, nel luogo indicato per la costruzione del pilastro siciliano del ponte, promuoverà una raccolta di firme per chiedere le dimissioni degli organismi direttivi della società e l’adozione di un provvedimento cautelare che ne disponga l’amministrazione giudiziaria. «La notizia dell’inchiesta per corruzione relativamente al ponte sullo Stretto è infatti di una gravità inaudita e a nulla servono le dichiarazioni della società Stretto di Messina sulla presunta totale estraneità della società dai fatti contestati ai tre indagati – sostiene il comitato – si parla ancora una volta di corruzione e malaffare a proposito di una grande opera pubblica, in questo caso il ponte sullo stretto di Messina, per la quale si immobilizzano e si sprecano ingenti somme di denaro pubblico che potrebbero invece essere utilizzate per tante opere di cui il territorio ha realmente bisogno – aggiunge il comitato – alcune delle persone coinvolte nell’inchiesta non sono di secondo piano, ma sono figure apicali di organismi dello Stato e di società pubbliche».
«Se per aggirare la paralisi si tenta la corruzione, il quadro si fa fosco e l’Ad della Società Stretto di Messina non può uscirsene solo dicendo: “la Società non risulta coinvolta – riflette l’associazione Invece del Ponte – chi amministra un’azienda che fallisce per tre anni di fila tutti gli obiettivi posti e dal cui seno emerge un “fumus” di corruzione su cui come minimo non ha avuto alcuna capacità di controllo, dovrebbe fare un’unica cosa: dimettersi. Oppure dovrebbe venir rimosso dai vertici politici. Non accadrà. E qualcosa dovrà pur significare».
Tuttavia, l’orientamento del governo è chiaro: il ponte va avanti. È il ministro degli Esteri Antonio Tajani a incarnare il comune sentire dell’esecutivo: «Io non voglio interferire nella vicenda giudiziaria, però insomma non mi pare che sia granché. Il Ponte dello Stretto è un grande progetto che deve andare avanti, una grande infrastruttura che deve andare avanti, poi la giustizia deve fare il suo corso però non strumentalizziamo. Tutto questo che è accaduto non ha avuto un grande effetto perché poi la decisione della Corte dei Conti non andò come speravano».
Gli si accoda l’archistar Massimiano Fuksas: «Dove ci sono i soldi gira tutto. Ma non sono gli architetti che devono combattere la mafia. C’è la magistratura? Se ne occupi. Non si batte la mafia rinunciando allo sviluppo civile – spiega in un’intervista al Giornale – Il ponte nasce per collegare».



