Libia, 7 anni ad Almasri per torture a Mitiga. Resta lo scontro tra Cpi e l’Italia

lunedì, 22 Giugno 2026
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Il Tribunale di Tripoli ha condannato a 7 anni e 4 mesi Osama Najeem Almasri, ex comandante del carcere di Mitiga, per aver violato i diritti dei detenuti. Questa l’accusa sul capo del gerarca libico. Come se non bastasse si aggiungono anche disposizioni in merito alla perdita della capacità giuridica e privazione dei diritti civili durante la pena e per l’anno seguente. La sentenza chiude un’indagine della Procura generale libica partita da segnalazioni di violenze e maltrattamenti: al centro torture su dieci reclusi e la morte di un detenuto legata ai maltrattamenti. Per l’Italia è l’ultimo capitolo di un caso diplomatico esploso a gennaio 2025. Almasri era stato arrestato a Torino su mandato della Corte penale internazionale per crimini contro l’umanità e crimini di guerra: omicidio, tortura, stupro, violenze sessuali commesse a Mitiga dal 2015 questi i campi di accusa. La Corte d’appello di Roma non ne ha convalidato l’arresto e, due giorni dopo, il governo lo ha rimpatriato in Libia con un volo di Stato con le motivaizoni: ragioni di sicurezza. Una scelta contestata da più parti: opposizioni, Ong e dalla stessa Cpi, che aveva chiesto spiegazioni sulla mancata consegna all’Aja. La condanna di Tripoli dimostra alle autorità libiche che il sistema giudiziario nazionale può processare. Ma la Cpi resta competente. Il mandato dell’Aja riguarda crimini più ampi e qualificati come crimini contro l’umanità. Per il principio di complementarità, la Corte deve valutare se il processo libico copra gli stessi fatti e rispetti standard di genuinità. Human Rights Watch ricorda che la Libia è obbligata a cooperare con la Cpi in base al rinvio del Consiglio di Sicurezza Onu del 2011. Mitiga è da anni indicata da Onu e Ong come simbolo di detenzioni arbitrarie e abusi su libici e stranieri. La sentenza non risolve il rapporto irrisolto tra Stato, gruppi armati e apparati di sicurezza nati dopo il 2011. In sintesi potremmo dire la sentenza di Tripoli alleggerisce Roma sul piano politico interno, ma non chiude il contenzioso internazionale. L’Aja deve decidere se i 7 anni per violazione dei diritti dei detenuti equivalgano a giustizia per crimini contro l’umanità. Sicuramente no ma il caso Almasri mostra il limite della giustizia ibrida: quando lo Stato è debole e le carceri sono in mano a milizie, i processi nazionali rischiano di essere selettivi. L’Italia ha scelto la realpolitik della sicurezza contro gli obblighi con la Cpi. Ora Tripoli ha il suo verdetto, ma la comunità internazionale resta con un mandato d’arresto aperto.

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