La rete come trappola per la violenza di genere. Parla la terapeuta Teresa Dattilo

venerdì, 3 Luglio 2026
9 minuti di lettura
CORTEO DELL' 8 MARZO ORGANIZZATO DA NON UNA DI MENO FOLLA PERSONE CARTELLI CARTELLO MANIFESTAZIONE FESTA DELLA DONNA MIMOSE MIMOSA VOGLIAMO UNA SOCIETA' LIBERA

 

Tecnologia e violenza di genere un connubio davvero pericoloso che va regolamentato per evitare derive preoccupanti. Su questo importante tema si è espressa in questi giorni anche l’UE. Il Consiglio Europeo ha invitato infatti i paesi membri e la Commissione europea ad attuare misure più efficaci per prevenire e contrastare le varie forme di abuso anche on line tra cui il cyberstalking, le molestie online, la condivisione non consensuale di immagini e i discorsi d’odio sessisti. A dichiararlo nei giorni scorsi la viceministro del Welfare sociale di Cipro, Clea Papaellina, dopo che il Consiglio dell’Unione Europea ha adottato delle conclusioni per rafforzare la protezione di ragazze e giovani donne dalla violenza online. Tutto cio’ significa fornire a scuole e famiglie la consapevolezza e gli strumenti necessari per proteggere le donne, garantendo al contempo anche una maggiore efficacia delle forze dell’ordine, affinché la violenza online abbia conseguenze concrete. Le conclusioni si basano su una relazione dell’Istituto europeo per la parità di genere. Sull’argomento e sulle derive di questo atteggiamento sessista e pericoloso nei confronti del genere femminile noi de Lo Speciale ne abbiamo parlato con la terapeuta Teresa Dattilo esperta di politiche familiari che ha tenuto a Roma sull’argomento un importante convegno in questo periodo dal titolo: “Non tutti gli uomini ma 62milioni si”. 

Dott.ssa parliamo di violenza digitale e non solo, 82 milioni di accessi al mese a tutorial su come drogare e violentare le compagne. Cosa le dicono questi dati come terapeuta? 

Questi dati sono un vero e proprio allarme sociale e tutti noi dobbiamo preoccuparci molto per quello che sta accadendo. Le piattaforme digitali sono i nuovi strumenti di diffusione e legittimazione della violenza sulle donne. Negli ultimi anni, una quantità impensabile di uomini si incontrano online per condividere pratiche, contenuti e narrazioni violente nei confronti delle donne, incoraggiandosi reciprocamente ad abusare, umiliare e violare chi condivide con loro l’intimità della vita quotidiana. Negli ultimi dieci anni sempre più donne sono state sedate per essere stuprate da chi diceva di amarle. Il caso Pellicot, il gruppo “Mia moglie” della scorsa estate su Facebook, il sito Phica-eu e le centinaia di gruppi Telegram in cui uomini condividono immagini non consensuali di donne sono il prodotto di una profonda misoginia, di un odio vero e proprio nei confronti delle donne e di una gravissima problematicità del mondo maschile. La misoginia online non è intrattenimento, è diventata addestramento. Gli uomini si incoraggiano in una sorta di fratellanza a fare del male a chi hanno accanto nelle loro vite, senza alcuna remora. Le giovani generazioni purtroppo si stanno assuefacendo sempre più a questo clima di violenza. 

Stiamo parlando di una devianza di pochi o del sintomo di una cultura maschile sempre più violenta che si sta radicalizzando online? 

I numeri parlano chiaro, parliamo di punte di 82 milioni di visitatori su video che insegnano come drogare le proprie compagne, possiamo parlare dunque di una “cultura dello stupro”. Questo fenomeno si inserisce in un clima in cui le donne non sono meritevoli di rispetto o diritti e che non vi è bisogno di alcun consenso sul loro corpo. Tutto questo è un atto di sopraffazione, potere e controllo, non di gratificazione sessuale 

La CNN ha ribattezzato Motherless “Accademia Internazionale dello Stupro”. Perché la rete è riuscita a trasformare lo stupro da crimine a “lezione” con dirette a pagamento?

La Rete è riuscita in questo intento perché ha trovato uomini problematici che hanno spostato il problema sulla misoginia, uomini che non attendevano che questo tipo di prodotto evidentemente; gli uomini che desiderano ridurre le proprie donne in uno stato di incoscienza ed offrirle in pasto ad altri uomini sono molto più di quanto noi possiamo immaginare. La rete non ha trasformato, ha dato la possibilità di incontrarsi tra uomini fragili, ha dato la possibilità di imparare e di fare, a chi già pensa possibile stuprare una donna. Il problema è che attraverso la rete, si creano sempre più nuovi adepti. Il fenomeno degli “Incel” nasce nella rete e lì che gli uomini si incontrano ed alimentano l’odio contro le donne, considerate non persone e dunque meritevoli di violenze. 

Dal punto di vista psicologico, cosa succede a chi insegna e a chi guarda? 

Questi uomini si incoraggiano tra di loro a fare violenza, chi è esperto spiega cosa e come fare. Avviene una vera e propria legittimazione a stuprare le donne. Il legame psicologico che si crea tra chi insegna e chi apprende in queste reti criminali è basato su una dinamica di rinforzo reciproco, deresponsabilizzazione e cameratismo tossico.In psicologia sociale, questo rapporto trasforma il crimine individuale in un fenomeno collettivo strutturato, dove il passaggio di “competenze” serve a superare i freni morali individuali. L’insegnante non si limita a dare istruzioni tecniche (dosi di farmaci, modalità di somministrazione),il suo ruolo principale è validare il crimine. Quando l’allievo esprime un dubbio o una paura, l’insegnante interviene riducendo l’abuso a un “gioco”, a una “pratica di coppia” o a un diritto del partner. Questa convalida fa sentire l’allievo parte di un gruppo di anziché un criminale isolato. Si instaura un rapporto di subordinazione virtuale in cui l’allievo: cerca approvazione per dimostrare di aver appreso la “lezione”, l’allievo successivamente, condivide nella chat i video o le foto dell’abuso appena commesso, validando l’insegnamento appreso. Si crea così un’omertà criminale forzata, la condivisione di materiale illegale (i video delle violenze) agisce come un collante: se cade uno, cadono tutti. L’allievo ha bisogno dei consigli dell’insegnante per evitare di essere scoperto dalla polizia. L’insegnante ha bisogno che l’allievo applichi le regole di sicurezza informatica per non compromettere l’intero server o la chat crittografata. Nello scambio tra tutor e studente, la donna perde la connotazione di essere umano e viene trattata come una merce, i corpi delle partner incoscienti diventano il “compito a casa” o la prova pratica da mostrare alla community per scalare le gerarchie interne del forum. Così facendo gruppo si autoassolve. 

Dopo il caso Pelicot e Phica.eu, molte donne scoprono a distanza di tempo di essere state drogate e filmate. Che tipo di trauma è?

Il trauma vissuto dalle donne che scoprono, a distanza di anni, di essere state drogate, abusate e filmate (spesso da partne) viene definito in psicologia clinica come un trauma complesso, retroattivo e cumulativo. Non si tratta della classica reazione a un evento violento singolo e improvviso, ma di una totale riscrittura della propria storia personale che distrugge il passato, il presente e la percezione del futuro. La vittima scopre l’abuso mesi o anni dopo che è avvenuto, spesso attraverso un’indagine di polizia o il ritrovamento di file. Anni di vita apparentemente normali o felici si rivelano una falsità. Il cervello deve elaborare simultaneamente un pericolo passato e una minaccia presente (la diffusione dei video). La vittima non ha ricordi coscienti dell’atto a causa della sottomissione chimica, il che crea un senso di vuoto e di impotenza angosciante. Poiché questi abusi (come nei casi Pelicot) sono spesso architettati da mariti, fidanzati o amici intimi, il trauma colpisce i sistemi di attaccamento . Viene distrutta la capacità di fidarsi del prossimo e di valutare chi sia sicuro e chi no. La casa e la relazione, che dovevano essere il luogo più sicuro, si sono rivelati il luogo del massimo pericolo. La consapevolezza che esistano video o foto online o su dispositivi terzi crea una condizione di ansia perenne. A differenza di un’aggressione fisica che si conclude, l’abuso digitale potenzialmente si rinnova ogni volta che qualcuno guarda quel video. Sapere che il proprio corpo incosciente è stato esposto allo sguardo di sconosciuti genera una profonda dissociazione corporea e vergogna. I sintomi riscontrati nelle vittime di sottomissione chimica sono severi e sovrapponibili al Disturbo da Stress Post-Traumatico Complesso: stato di allerta costante, paura di essere osservate, spiate o nuovamente drogate. Anche se totalmente incoscienti, molte donne provano un profondo senso di colpa per “non aver capito prima” o per aver fidato della persona sbagliata, avviene un distacco dal proprio corpo, percepito come un oggetto violato e non più protetto. Spesso si susseguono attacchi di panico scatenati da elementi apparentemente banali (un bicchiere offerto, un farmaco, un click fotografico). 

È diverso da una violenza “classica” il fatto che la vittima non abbia memoria dell’atto ma ne porti comunque le conseguenze?
Sì, la totale assenza di memoria cosciente rende questo trauma profondamente diverso e, sotto molti aspetti, ancora più logorante rispetto a una violenza “classica” in cui la vittima ricorda l’accaduto. In psicologia clinica questa condizione, viene definita come un trauma senza narrazione. L’assenza di memoria peggiora il trauma, mentre nelle violenze classiche, la vittima sperimenta ansia, incubi o depressione e sa perché sta male; può collegare il dolore a un evento. Nelle vittime di sottomissione chimica, il corpo e il sistema nervoso registrano il trauma, ma la mente non sa dare una spiegazione. Per anni, queste donne sperimentano un malessere cronico, stanchezza inspiegabile, flash di terrore o repulsione verso il partner senza capirne il motivo, arrivando a dubitare della propria sanità mentale. Anche se la mente è spenta dai farmaci, il corpo subisce la violenza e ne conserva la traccia: il sistema nervoso autonomo reagisce all’abuso attivando i meccanismi di difesa biologici, una volta smaltita la sostanza, il corpo continua a inviare segnali di pericolo (attacchi di panico, tensioni muscolari, fobie) che la mente cosciente non riesce a decodificare. Quando la vittima scopre la verità (tramite video o indagini), l’assenza di memoria attiva un meccanismo paradossale: la mente cerca disperatamente di riempire quel vuoto. Non potendo ricordare l’atto, l’immaginazione della vittima visualizza scenari terrificanti. Si genera il terrore del “non sapere”: Cosa mi hanno fatto davvero? Quante volte è successo? Chi altro c’era? Non avere ricordi distrugge la fiducia nelle proprie percezioni. La vittima vive un costante dubbio: “Se non ricordo nulla, è successo davvero? Sto esagerando?”. Questo dubbio viene spesso cavalcato dagli stessi carnefici o dai difensori in tribunale per manipolare la vittima e portarla all’autocolpevolizzazione. 

Lei ha organizzato lo scorso 8 giugno un convegno sull’argomento alla Casa Internazionale delle Donne proprio per tentare di arginare il fenomeno. Ma oggi, concretamente, cosa possiamo fare? 

La misoginia online si contrasta unendo tecnologia, leggi e cultura. Le piattaforme digitali devono potenziare gli algoritmi di moderazione e semplificare le segnalazioni per bloccare subito gli account violenti. Parallelamente, le istituzioni devono applicare leggi severe contro i reati digitali e formare le forze dell’ordine per intervenire tempestivamente.  Alla base del problema serve però una svolta culturale, che parte dall’educazione digitale e affettiva nelle scuole per insegnare il rispetto e decostruire gli stereotipi di genere. Infine, ognuno di noi ha il dovere di fare la propria parte, rompendo il silenzio e segnalando i commenti d’odio per creare una community solidale e sicura. 

Genitori, scuole, partner: quali segnali d’allarme non dobbiamo sottovalutare prima che un ragazzo passi dai meme misogini ai tutorial su Istagram? 

Il passaggio di un ragazzo dai meme misogini a una vera e propria violenza sulle donne si manifesta prima di tutto attraverso un isolamento progressivo che trasforma la sua camera in un fortino inaccessibile, dove passa intere giornate e notti davanti agli schermi e nasconde impulsivamente lo smartphone o chiude le schede del browser non appena un adulto si avvicina. Questo distacco si riflette anche nelle conversazioni quotidiane, dove il ragazzo inizia a introdurre un gergo tecnico e freddo tipico della manosfera, parlando di “incel”, “redpill” o “ipergamia”, e a sostenere con assoluta rigidità che i maschi siano le vere vittime della società moderna. Infine, le dinamiche familiari si incrinano a causa di una crescente e inedita ostilità verso le figure femminili della casa: le opinioni della madre o delle sorelle vengono costantemente ridicolizzate, liquidate con sufficienza come “emotive” o accolte con un tono di rabbia e disprezzo prima del tutto assente. Studi recenti hanno dimostrato come ai ragazzi e ai giovani uomini vengano propinati dagli algoritmi dei social contenuti estremamnente misogini. La misoginia non è solo un comportamento tossico, è una porta d’accesso al pensiero estremista. Normalizzata online e amplificata dagli algoritmi, alimenta la disumanizzazione e la radicalizzazione. Riconoscere la misoginia come un segnale di allarme precoce è fondamentale per proteggere i giovani e deve diventare un elemento centrale di qualsiasi strategia di prevenzione efficace. La misoginia deve essere ridefinita come un segnale di allarme precoce ci cui i governi, le aziende tecnologiche e la società civile si devono prendere carico. Ciò significa richiedere alle piattaforme di segnalare metriche sulla violenza di genere contro le donne, e collaborare con gruppi di base rivolti ai giovani per creare interventi pertinenti. Il lavoro accademico deve connettersi con l’esperienza vissuta e il “coinvolgimento di più parti interessate” deve passare dalla retorica a una co- progettazione reale e inclusiva. Occorre formare una nuova generazione capace di riconoscere e contrastare queste dinamiche. La conoscenza è la prima difesa, occorre poi educare alla cittadinanza digitale, all’empatia e all’uso consapevole della rete. Solo così sarà possibile invertire la rotta e restituire al web la sua funzione originaria: uno spazio libero, sicuro e realmente umano, dove la tecnologia torni a essere strumento di crescita e non di violenza. 

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