Vertice Nato chiuso. Promesse tra Erdogan e Trump. Meloni: nessun rimpianto

giovedì, 9 Luglio 2026
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Si chiude ad Ankara un vertice Nato a due velocità. Da un lato l’unità dell’Alleanza ribadita nella dichiarazione finale: difesa collettiva, deterrenza, 70 miliardi per l’Ucraina e l’allarme su Russia e Iran. Dall’altro i bilaterali che hanno segnato la vera politica della due giorni turca. Al centro il colloquio tra Erdoğan e Trump. Il presidente turco chiede che Washington mantenga la promessa sui 5 F-35 già pagati e che l’Europa non escluda l’industria della difesa turca dall’architettura di sicurezza Ue, con allargamento dell’unione doganale e i visti Schengen. Trump ha risposto con un “perché no” che lascia aperta ogni porta. Donald è possibilista. Dieci giorni fa aveva minacciato di saltare il vertice se Ankara non lo avesse invitato.Meloni ha incassato un faccia a faccia con Erdoğan e ha rivendicato il suo asse con Trump. “Non mi pento di nulla di ciò che ho fatto. Ho investito sull’unità dell’Occidente”, ha detto in conferenza stampa. L’Italia condivide con Washington le posizioni su immigrazione e opposizione alla “cultura woke”, ma la bussola resta in primis: “l’interesse nazionale dell’Italia e dell’Europa”.Vertice cruciale anche per Zelensky, che ha chiesto all’Europa di accelerare sulla difesa aerea. E sorpresa Siria: Trump, al fianco del presidente siriano Ahmed al-Sharaa, ha aperto alla rimozione di Damasco dalla lista degli Stati sponsor del terrorismo. “Penso di sì. Perché no? Ha fatto un ottimo lavoro”, ha detto. Sharaa, ex leader ribelle che ha rovesciato Assad nel dicembre 2024, ha già visto revocare sanzioni e designazioni terroristiche. Restano però le restrizioni del 1979 che frenano investimenti e ricostruzione, stimata dalla Banca Mondiale in 216 miliardi. Ad Ankara è iniziata la “Nato 3.0”, così l’ha definita la Turchia. Tradotto: più impegni sulla carta, più trattative dietro le quinte. Il vertice conferma due cose. Primo, Trump tratta la Nato come un mercato: promesse incrociate. Secondo, la Turchia prova a capitalizzare: vuole entrare a pieno titolo nella difesa europea e sbloccare l’economia con l’Ue. Meloni gioca la carta del ponte atlantico senza rinnegare Bruxelles. La mossa su Siria è il segnale più forte: Washington è pronta a ricomporre pezzi dello scacchiere mediorientale, anche con ex “terroristi”. Se la Siria uscirà dalla blacklist, cambieranno equilibri e affari. Per ora restano le promesse. E sulla bilancia pesano i conti da pagare.

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