Da un paio di giorni la sinistra italiana si interroga su un angoscioso dilemma: l’aver premuto troppo l’ecceleratore sui diritti civili (tradizionale cavallo di battaglia della borghesia liberal) non è per caso all’origine dell’allontanamento delle masse popolari, oggi in gran parte sedotte dal verbo sovranista? A provocare questo psicodramma ideologico è stato l’attacco di Giuseppe Conte alla cultura woke, attacco contenuto in un articolo del leader pentastellato su “la Repubblica” di sabato scorso.
Molti, non sapendo che pesci prendere, affermano salomonicamente che le libertà individuali non vanno messe in contrapposizione con la difesa dei livelli di vita popolari. Così ad esempio si esprime la deputata di Avs Elisabetta Piccolotti, che è anche la moglie di Nicola Fratoianni: «Non c’è gerarchia tra diritti sociali e diritti civili». Angelo Bonelli reagisce da parte sua con fastidio, affermando che il «woke è un fenomeno tipicamente americano» e che «non c’entra nulla con l’Italia».
In effetti, l’ex premier può aver preso spunto dall’invettiva anti-woke dell’esponente democratica Usa Alexandria Ocasio-Cortez, che ha recentemente definito «folle» la prima stagione di quel movimento. Ma, al di là dell’occasione che può averlo ispirato, l’intervento di Conte è indice di una maggiore lungimiranza e di un maggiore coraggio rispetto alla sua antagonista, Elly Schlein, alla guida del Campo largo. Almeno in questa fase.
La cultura woke non può costituire – a opinione del leader del M5S- l’ «ossatura ideologica» di una forza progressista. Per «una forza progressista – sottolinea Conte– sarebbe un grave errore di strategia politica confidare su di essa per costruire una efficace azione politica. Una forza progressista deve necessariamente intervenire sulle radici materiali delle diseguaglianze, assumendo quale prioritario obiettivo la riduzione (se non l’eliminazione) degli squilibri economici e delle iniquità sociali che hanno assunto un rilievo strutturale». È un linguaggio che non stonerebbe sulla bocca di un esponente dell’ex Pci passato per la scuola quadri delle Frattocchie. Tant’è che c’è chi insinua che l’intervento di Conte possa essere stato ispirato da un vecchio guru della sinistra come Goffredo Bettini, che è un grande estimatore del leader pentastellato.
Dietrologie a parte, rimane il fatto che l’ex premier e riuscito, se non altro, ad alzare il tono del dibattito nel Campo largo. Conte mette il dito nella piaga di una contraddizione irrisolta della sinistra italiana: l’aver rinunciato a proporsi come alternativa al sistema economico egemone dagli anni Novanta in poi. Spostando l’accento dai diritti sociali ai diritti civili, la sinistra dell’età della globalizzazione ha infatti rinunciato a essere elemento di contrapposizione al neocapitalismo trionfante, con il risultato di rimanere invischiata nella crisi del pensiero unico liberale che, del neocapitalismo stesso, è la massima espressione ideologica.
Vale la pena citare un vecchio esponente del pensiero di sinistra come Mario Tronti, che è morto nel 2023. «Sul banco degli accusati –ha osservato l’ex teorico dell’operaismo nel libro “Il popolo perduto”- va messa questa sinistra dei diritti. Perché i diritti delle persone, i diritti civili, sono una cosa seria e guai se una sinistra moderna non se ne facesse carico. Si è parlato tanto della differenza tra le cose che si fanno e la percezione che se ne ha a livello di massa. Ebbene, a livello di popolo si è percepito che quella fosse l’unic a identità Magari non era così, ma perché si è capito così? Questa è la domanda che non ci si è posta. Io credo che una risposta possa essere questa: si è data l’idea, come partiti e come governo, di non aver colto il tremendo impatto sociale della crisi economica (…). La crisi capitalistica aveva abbattuto l’ideologia democratico-progressista e i democratici progressisti non se ne erano accorti. Questo è il punto centrale. Se non si parte da qui non si ritorna a camminare». Una cultura politica dei diritti civili deve –secondo Tronti- accompagnare, non sostituire, una cultura dei bisogni sociali.
Il Pd ha sempre evitato di affrontare questo problema. Con il risultato, paradossale, di proporsi più “liberale” della destra proprio quando il liberalismo è in declino. Conte mette il dito sulla piaga. È lecito attendersi una seria risposta da parte di Elly Schlein.



