Stati Generali. I messaggi in codice tra Colao e Conte. E l’ombra di Casaleggio

martedì, 16 Giugno 2020
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Lo sapete perché quando oggi si cerca il “piano-Colao”, si stenta ad avere un riassunto organico? Perché i suoi punti programmatici sono già stati tutti anticipati grazie al gioco sottile e per niente corretto, che ha contraddistinto il recente duello tra poteri dello Stato, gli amici del Colle (filo-Draghi) da una parte, che hanno provveduto a bruciarli, dandoli in pasto alla stampa prima degli Stati generali dell’economia, e lo stesso Conte che avrebbe voluto trasformarli in un manifesto ideologico per confermare la sua leadership in questo momento in difficoltà rispetto alle prospettive future, ma ancora forte (sondaggi e dati alla mano), per la gestione del contagio, considerata positiva.

Prova ne è, che quando il manager è stato di fatto imposto a Palazzo Chigi, il premier ha immediatamente provveduto a gonfiare il gruppo di esperti e illuminati con i suoi uomini, sparsi nel mondo, allo scopo di edulcorarne il Dna.

I lavori della task force voleva, quindi, giocarseli solo per sé a Villa Pamphili, ma non è riuscito nell’intento.
L’intervento di Colao è durato poco, tanti ringraziamenti e poca sostanza.
Passando la palla subito dopo ai sindacati. Confermando l’andazzo della kermesse: una passerella mediatica e propagandistica, sganciata dalla realtà istituzionale che solo il parlamento può rappresentare.

E infatti, il manager non è caduto nella trappola. Essere usato sì, poco tempo per parlare sì, ma fesso no. Ha rimandato la palla al centro: “Il mio non è un piano ma una strategia, i piani deve farli il governo”. Più chiaro di così.

Il suo documento, è noto, è un condensato di idee per riformare il Paese, sfruttando i fondi europei in arrivo con il Recovery Fund. Le parole chiave sono “impresa e lavoro, investimenti, digitalizzazione, formazione”. Il messaggio chiave è il seguente: “Dobbiamo approfittare di questa occasione per trasformare i costi in investimenti, ammodernare il Paese, migliorarne l’equità”. Per il manager “sicuramente l’impresa e il lavoro sono l’urgenza su cui intervenire per rilanciare l’economia. Noi non torneremo al 2019 se l’impresa e il lavoro non saranno sostenute e potenziate con misure concrete” e per farlo “sarà importante avere una pubblica amministrazione più veloce e più digitalizzata, sbloccare gli investimenti fermi, attivare quelli finanziabili con fondi europei, far ripartire il turismo, cominciare a investire sulle competenze che serviranno a generare innovazione in Italia”.

Altro passaggio importante, la formazione: “La crisi del Covid ci ha insegnato che le persone sono l’aspetto più importante, non solo agli altissimi livelli delle organizzazioni, ma a tutti i livelli”, dice l’ex numero uno di Vodafone, che aggiunge: “Il mio suggerimento a tutte le imprese, a prescindere dal Covid, è digitalizzare e assumere laureati, anche neolaureati, che possano portare l’innovazione in azienda”.

Due problemi del Paese, ha spiegato ancora Colao, sono “il basso livello di automazione e il basso livello di laureati. Laurearsi in discipline scientifiche deve diventare un buon affare per i ragazzi. Automazione e formazione fanno crescere la produttività”. Quindi ha chiosato: “Se poi il Governo vorrà assumere qualche forma di incentivo diretto, potrà farlo, ma bisogna far crescere il peso degli occupati super-qualificati”.
Se questa è la (fumosa) strategia, quale effettivo piano caratterizzerà la fase-3 di Conte? Vedremo.

Nel frattempo, c’è chi gradisce un altro piano, quello di Casaleggio. Come Bechis, direttore de Il Tempo. Già il titolo lo colloca su un livello superiore: niente “Tutto andrà bene”, filosofia ottimistico-aziendale, basata sul nulla, quasi che il Covid non fosse stato un problema, ma “Niente resterà come prima”, dimostrazione che le emergenze devono e possono trasformarsi in prove per cambiare, non per tornare al punto di partenza (ipotesi impossibile). E se Colao ha ribadito schemi ovvi (rilancio aziende, formazione, digitalizzazione), Casaleggio è stato lapidario: bisognerà aiutare solo le aziende sane in crisi di liquidità, evitando di investire in aziende decotte, perché sarebbe uno spreco di risorse.

E poi lo stesso reddito garantito dallo Stato per quelle persone che hanno perso il lavoro, non mancette pubbliche che servono unicamente a sopravvivere. Rimandando i drammi a settembre.
Sì perché, a settembre ci sarà la vera resa dei conti: scadenze fiscali, fine della cassa integrazione, e presunto ritorno del contagio. E per Conte sarà il vero esame. Altro che Villa Pamphili.

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