Il testamento spirituale di papa Ratzinger e il discorso alla nazione di fine anno del presidente Sergio Mattarella, al di là delle letture di parte e ufficiali, hanno qualcosa in comune.
C’è l’analisi di comodo e la sostanza vera dei loro messaggi. Con una importante differenza. Tutti e due indicano la strada. Ma quella di papa Benedetto è chiara, lineare, coerente col suo percorso storico; quella del capo dello Stato è furba e da retropensiero.
Mattarella si è confermato un abile equilibrista (tra quello che pensa e la prassi che va seguita). Decenni fa, avremmo detto di perfetta scuola democristiana. Da un lato, ha aperto al governo Meloni, affermando che “la nascita di un esecutivo scelto dal popolo (dopo quelli usciti dal cilindro del Palazzo, favoriti in gran parte dai suoi predecessori, in primis Napolitano), un esecutivo guidato da una donna, è una novità di grande significato sociale e culturale”. Tradotto: hanno vinto comunque il femminismo e i diritti civili (monito alla destra: attenzione a regressioni sull’idea di vita, famiglia, aborto etc).
Il presidente poi, ha ribadito la legittimità della scelta atlantista (gli aiuti all’Ucraina) ed europeista (tradotto: niente sovranismi, anche dopo il recente caso di corruzione lobbistica filo-Qatar e Marocco, che ha coinvolto la sinistra italiana e la stessa Commissione di Bruxelles).
E poi, ha dettato la linea: ecologismo alla Greta, transizione energetica, Green Economy, digitalizzazione totale, cioè il mantra della narrazione globalista e filo-Recovery.
Quell’idea non oggettiva e plurale del futuro, ma ideologica, da pensiero unico, parto della mondializzazione finanziaria, bancaria, figlia delle caste che contano (altro che sovranità dei popoli che un garante della Costituzione dovrebbe assicurare).
E ancora: piccoli-grandi avvertimenti alla Meloni: il Covid non è vinto, quindi, potrebbe tornare il tempo del lockdown, della vaccinazione obbligatoria (confutando le prime scelte in controtendenza di Palazzo Chigi, la riammissione degli operatori no-vax nelle strutture sanitarie, la commissione di inchiesta sulla gestione politica-etico-sanitaria del Covid). Infine, la botta finale, “la Repubblica è nel senso civico di chi paga le tasse”, abbracciando in pieno la narrazione di sinistra anti-governo di centro-destra, relativa al Pos e al contante. Come se la Meloni fosse la bandiera degli evasori.
Non a caso i giornali del pensiero unico e la “Rai dei partiti”, hanno enfatizzato solo questo aspetto.
Su Ratzinger stendiamo un velo pietoso. Vedere oggi tutti gli elogi, le esaltazioni a posteriori del teologo, del “grande intellettuale incompreso”, quando l’intero mainstream radical, liberal, fuori e dentro la Chiesa, durante il suo pontificato l’ha letteralmente massacrato. Etichettandolo come reazionario, conservatore, contrario ai diritti civili e addirittura complice dell’omertà sulla pedofilia, quando lui stesso per primo ha abbattuto il muro del silenzio sulla dolorosa questione.
Tutti noi ricordiamo l’aperta ostilità, l’odio, l’avversione, le porte chiuse dall’Università di Roma, il titolo del Manifesto (“Pastore tedesco”) quando è stato eletto, le mani non tese dei cardinali progressisti tedeschi, dei gesuiti, che hanno rifiutato il saluto; il sospetto sulle rivelazioni (lo scandalo Vatileaks), le carte riservate sottratte e divulgate, da parte del famoso “maggiordomo infedele Paolo Gabriele”.
Puritani, manichei, novelli farisei, moralisti da salotto che successivamente, lo hanno crocifisso nel nome della perfezione, quando si è dimesso dall’esercizio papale.
Adesso la speranza è riposta nell’ex-segretario Georg Gaenswein, che porterà alla luce il libro di memorie di Benedetto, dal titolo emblematico “Nient’altro che la verità”. Un testo in linea con il suo testamento spirituale, che dovrebbe rivelare aspetti non emersi negli anni della segregazione imposta o scelta, nel monastero Mater Ecclesiae, all’interno della Città del Vaticano. Un eremitaggio sottoposto a un controllo ossessivo, come per timore che l’Emerito potesse diventare la spinta nel fianco del corso modernista della Chiesa.
Elogi e ricordi a parte, certamente papa Francesco si è liberato di una presenza scomoda. E non solo per la imbarazzante dualità del comando pontificio (papa emerito e papa regnante). In quanti ricordano, ad esempio, le preoccupazioni sul celibato, messe nero su bianco nel libro del cardinale Sarah? E il giudizio poco lusinghiero degli scritti non scientifici di papa Francesco?
Nel testamento spirituale infine, Ratzinger ha ribadito il suo no alla dittatura del relativismo, sconfitta dal cristianesimo; il suo no alle “tesi fallimentari, che sembravano indistruttibili, come il comunismo e il liberalismo”. Concetti totalmente ignorati dalla stampa e dalla nostra politica.
Inutile sperare. Negli epitaffi e nei messaggi istituzionali c’è tutta l’ipocrisia, la retorica e gli obiettivi del pensiero unico.



