Primarie Pd, perché ha perso Bonaccini

lunedì, 27 Febbraio 2023
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Elly Schlein è la nuova segretaria del Pd. E’ lei infatti la vincitrice delle primarie del partito che hanno concluso la travagliata fase congressuale.

Una vittoria senza dubbio a sorpresa, visto che i sondaggi hanno sempre indicato come grande favorito lo sfidante, il governatore dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini, uscito vincitore una settimana fa dal voto dei circoli. E qui c’è già la fotografia di un partito spaccato a metà, il Pd degli iscritti contro quello degli elettori che si sono pronunciati in maniera opposta.

La scorsa settimana avevamo tuttavia evidenziato (LEGGI QUI) come il rischio del sorpasso della Schlein nel voto dei gazebo fosse molto concreto, alla luce di alcuni segnali e indizi che avrebbero dovuto mettere in guardia il suo sfidante.

Ma come mai Bonaccini, che i media già all’indomani del disastro elettorale delle politiche avevano incoronato come il miglior candidato alla segreteria, e che è stato praticamente in testa in tutti i sondaggi fino a due giorni fa, si è trovato bocciato proprio alle primarie? Come mai proprio lui, indicato come il candidato dei territori, degli amministratori locali, della base contro il vertice, è stato sconfitto laddove si sarebbe dovuto meglio palesare il consenso per il buon governo dei comuni e delle regioni?

Cosa non ha funzionato? E’ noto a tutti il detto popolare secondo cui “chi entra papa in conclave esce sempre cardinale” e forse proprio la sicurezza della vittoria di Bonaccini certificata da tutte le previsioni e dal voto degli iscritti, può aver fatto scattare una reazione di segno opposto, spingendo tanti elettori arrabbiati a votare la sua sfidante per scongiurare proprio un esito già scritto.

Ma altre sono le vere motivazioni.

Bonaccini ha ripetuto in tutte queste settimane che avrebbe azzerato l’attuale classe dirigente del Pd perché responsabile di tutte le sconfitte; invece paradossalmente è stato percepito da un elettorato scontento proprio come il simbolo di quella classe dirigente da rottamare, essendo il governatore di una storica regione roccaforte della sinistra e dunque, suo malgrado, un pezzo di quella stessa nomenclatura; il suo messaggio di rinnovamento è apparso alla fine poco convincente, considerando anche che non è stato proprio un signor nessuno in questi anni, ma un amministratore di peso, che prima del disastro elettorale del 25 settembre scorso era sembrato sostanzialmente allineato alle scelte della segreteria nazionale.

L’aver vinto nel voto degli iscritti potrebbe essere stato il colpo di grazia alla sua corsa, visto che il resto dell’elettorato, deluso, scontento, diciamo pure disgustato da anni di fallimentari strategie, ha visto proprio in lui l’emblema degli apparati da buttare a mare.

Diversamente la Schlein ha convinto di più dal punto di vista della novità, non avendo avuto coinvolgimenti né diretti, né indiretti nelle vicende e nei fallimenti del Pd e anzi, ha alle spalle una lunga storia di contestazioni; iniziate ai tempi dell’impallinamento di Romano Prodi nella corsa al Quirinale nel 2013, proseguite con le battaglie contro il Jobs Act di Renzi, e continuate poi negli ultimi anni con il movimentismo modello Sardine.

Un paradosso anche questo per molti versi, se si pensa che in realtà il grosso dell’attuale classe dirigente, da Letta a Franceschini, passando per Orlando, Provenzano e Zingaretti, era schierato con lei e contro Bonaccini. Ma la Schlein ha saputo sicuramente meglio incarnare l’idea del partito di lotta, più di piazza e meno di apparato, e ai gazebo dove si è votato soprattutto con la pancia e con la batosta delle regionali ancora da smaltire, questo ha fatto la differenza.

Difficile poi non collegare anche una certa mobilitazione da parte proprio dei big del partito, mobilitazione che già si era ben evidenziata in occasione del voto dei circoli: perché, se è vero che Bonaccini ha vinto fra gli scritti, è però altrettanto vero che la Schlein aveva avuto la meglio tanto a Roma che a Milano, dove il ruolo dei dirigenti storici e dei capi corrente è stato senza dubbio più pesante; diversamente dalle  periferie dove invece ha prevalso il peso degli amministratori locali.

Ma a pesare sulla sconfitta di Bonaccini ha contribuito sicuramente la comunicazione della Schlein, che come abbiamo ben spiegato nei giorni scorsi ha saputo incarnare alla perfezione il ruolo dell’anti-Meloni di sinistra. Ha convinto il target della candidata donna, completamente opposta alla premier sul piano dei contenuti e del modello culturale, ma molto simile a lei dal punto di vista della comunicazione politica: stessa grinta, stessa passione, stessa capacità di recuperare le parole d’ordine di riferimento, quelle di destra per la Meloni, quelle di sinistra per la Schlein, diventando così l’antagonista speculare della premier, incarnando i valori opposti a quelli proposti dalla Giorgia nazionale; l’anti sovranismo, l’anti identitarismo, l’anti tradizionalismo, l’incarnazione di un nuovo e opposto concetto di femminismo (la destra esalta la donna moglie, madre e lavoratrice, la sinistra della Schlein la donna libera di pensarsi e di essere come vuole), un diverso modello di società (naturale per la destra e dunque fondata sui valori Dio-patria-famiglia, liberal e radicale di massa per la Schlein incentrata sui diritti individuali), un diverso modo di concepire l’economia (in chiave sociale per la Meloni, in chiave green per la neo segretaria del Pd).

Probabilmente il pragmatismo di Bonaccini che ha avuto l’onestà intellettuale di riconoscere che la Meloni ha talento e che compito dell’opposizione non è quello di definirla incapace ma di contrastarla sul piano dei contenuti, ha scontentato un elettorato in cerca di rivalsa e desideroso di un’opposizione meno pragmatica e più radicale, più di piazza che di palazzo, un’opposizione antagonista.

Infine a penalizzare Bonaccini ha contribuito senza dubbio la sua ambiguità sulle future alleanze. Mentre la Schlein ha chiaramente indicato nel Movimento 5Stelle l’interlocutore privilegiato con cui andare a costruire l’alternativa di sinistra alla destra, Bonaccini è apparso al contrario poco convinto, da un lato per paura di apparire troppo filo-renziano nel voler guardare al centro, e dall’altro per il timore di perdere l’appoggio della componente centrista che non vuole l’alleanza con Conte. Anche la sua idea di un partito non più romanocentrico ma tutto incentrato sui territori e sul primato degli amministratori locali è apparso aleatorio, quasi utopico per certi aspetti.

Ora è evidente lo spostamento a sinistra del Pd, fatto questo che senza ombra di dubbio agevolerà i piani del duo Renzi-Calenda nella costruzione di un’alternativa liberale e riformista. Il commento di Maria Elena Boschi alla vittoria della Schlein è emblematico: “Penso che da domani nella politica italiana cambieranno molte cose. Si apre una stagione molto interessante per i riformisti”. Ora per Bonaccini inizia la partita più difficile. Riuscirà a tenere unita la minoranza interna e soprattutto a scongiurare il rischio di nuove scissioni?

 

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