Pnrr, qual è la colpa dei comuni

domenica, 26 Marzo 2023
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Sei per cento; una percentuale così misera da fare paura. È quella relativa ai soldi che il governo italiano è finora riuscito a spendere dei favolosi – a saperli utilizzare – fondi del Pnrr, come documentato dalla relazione della Corte dei Conti che verrà presentata in Parlamento la prossima settimana ma è già finita nelle mani di alcuni giornalisti. Secondo i calcoli effettuati, al 13 marzo di quest’anno risultavano spesi circa 23 miliardi; una cifra già deludente se commisurata ai fondi da spendere entro il 2026, ma che in realtà è ancora più bassa.

Togliendo infatti le spese “automatiche” (come crediti d’imposta e Superbonus) la cifra realmente impiegata si aggira sui dieci miliardi, appunto il 6% dei 168 miliardi a disposizione. Andando a vedere poi i vari capitoli di spesa si scopre che se in alcuni comparti, come quello delle infrastrutture, la situazione non è così drammatica; in altri, come la Salute, siamo ancora praticamente al palo.

È vero che buona parte di questi ritardi sono stati accumulati dall’esecutivo Draghi, ma quello guidato dalla Meloni non è finora stato in grado di aggiustare la rotta. Il problema è che il governo potrebbe non riuscirci, perché a rendere questa una missione quasi impossibile è proprio la tipologia di spesa concessa dal Pnrr, che ordina di destinare ben il 40% delle risorse ai comuni, con un’attenzione particolare ai comuni del Sud. Ovvero proprio a quella parte della macchina amministrativa più male in arnese, i cui dipendenti hanno un basso tasso di scolarizzazione, età media molto alta e specializzazioni – quando sono presenti – in materie giuridiche più che tecniche.

Insomma, l’Europa ha messo decine di miliardi di euro in mano a persone che non sono assolutamente in grado di spenderli. Finora si è cercato di rimediare al problema con iniezioni di persone aggiuntivo selezionato da un elenco di professionisti creato ad hoc, ma queste persone dovranno comunque lavorare alle ha provveduto la decisione del governo di togliere di mezzo l’Agenzia della coesione, le cui attività sono finite nel dipartimento della presidenza del Consiglio. L’idea di base era che accentrando il processo decisionale sarebbe stato più facile controllare i fondi, ma i risultati ottenuti dicono il contrario. La struttura statale infatti manca della flessibilità necessaria per effettuare pagamenti, dare supporto ai comuni e fornire assistenza tecnica, tutte attività che erano ben svolte dall’Agenzia. La sua sparizione ha privato i comuni di uno dei pochi interlocutori fidati e funzionanti.

La soluzione trovata finora è quella italianissima della procrastinazione; in questi giorni il ministro per gli Affari Ue Raffaele Fitto ha infatti seguito la Meloni a Bruxelles per chiedere, durante un colloquio col commissario all’Economia Paolo Gentiloni, una maggiore flessibilità nell’uso dei fondi. In altre parole, più tempo per spendere soldi che adesso non si sa proprio come gestire. Le motivazioni ufficiali solo le solite; necessità di ricalcolo delle spese a causa dell’inflazione, materie prime introvabili e via dicendo. Ma a Bruxelles tutti sanno che il vero problema è il ritardo dei nostri apparati amministrativi.

Una possibile soluzione, tutto sommato non troppo difficile da mettere in pratica, sarebbe di trasferire parte dei progetti ai fondi ordinari di coesione Coesione, che hanno scadenze meno rigide, anche se richiedono il rispetto di normative ignorate dal Pnrr.

La Meloni deve insomma risolvere un problema non creato da lei; ma sarà bene lo faccia alla svelta prima che gli italiani se lo dimentichino dando a lei tutta la responsabilità.

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