Ogni governo prende schiaffi dal popolo (ad esempio, in questo momento Macron sulle pensioni e Netanyahu sulla giustizia); prende schiaffi dagli oppositori e dai suoi elettori.
Si tratta comunque, di prove da gestire e superare. Finora l’esecutivo-Meloni ha retto botta, la luna di miele non sembra appannarsi, i sondaggi danno Fdi fermo a quota 29-30%, la premier ha la pole in popolarità, ma i primi scricchiolii si stanno facendo sentire.
E’ noto che Salvini e Berlusconi, fremono, non hanno mai digerito l’egemonia al femminile. E i malumori si sono visti per la spartizione dei posti e per certe posizioni non condivise con Palazzo Chigi.
I due alleati, un tempo protagonisti del centro-destra, ora per ragioni numeriche, ridotti a comprimari, sanno benissimo che la percentuale bulgara della Meloni può essere ridimensionata e totalmente vanificata, visti gli appena 11 deputati di differenza rispetto al centro-sinistra al Senato e gli oltre 20 alla Camera. Ma in quella differenza ci sono proprio i parlamentari azzurri e leghisti. E questa è un’ottima materia di interlocuzione per non dire, di ricatto.
Il Cavaliere, è noto, non accetta l’idea di aver perso il ruolo di unico garante moderato, atlantista, filo-Usa, filo-Ue; il Capitano, dal canto suo, ha giurato ai suoi maggiorenti (i governatori del Nord), che usando “populisticamente” l’incarico di ministro, farà risalire le quotazioni del suo partito. Uno scenario non incoraggiante che la premier è riuscita a ovviare col suo sovranismo pragmatico: un colpo al cerchio (le promesse elettorali) e uno alla botte (la continuità con molte scelte di Draghi). Un gioco sottile di equilibrismo destinato, però a durare poco. E che, specialmente nelle ultime settimane, ha costretto il governo a una comunicazione ambigua e poco efficace: troppi salti del gambero (sul reddito di cittadinanza, immigrazione, Mes, decreti vari), e molte aspettative deluse che sconcertano gli elettori.
Pare, come scrive Marcello Veneziani, che l’agenda mediatica la stia dettando la sinistra, con una destra che rincorre e risponde solo alle polemiche pretestuose e pregiudiziali di Pd e grillini (inquinamento, diritti civili, trascrizioni dall’estero, Fosse Ardeatine, rapporti con Bruxelles, incontro con Macron, armi all’Ucraina).
Uno schiaffo non da poco il governo l’ha ricevuto dalla Ue in materia di auto green. Il Consiglio per l’Energia, senza discutere, con un sorprendente patto Bruxelles-Berlino, ha aperto la strada (dal 2035) all’elettrico, fatta eccezione per i carburanti sintetici prodotti, guarda caso, dalla Germania. Mentre i bio-carburanti suggeriti dall’Italia non sono stati nemmeno presi in considerazione. Come non è stata accolta la nostra richiesta di posticipare la decisione di tutta la materia.
Insomma, Berlino ha sfruttato la finestra aperta da Roma sui “carburanti rinnovabili di origine non biologica”, ma poi la finestra l’hanno chiusa.
Segno che contiamo poco (se valutiamo pure le semplici dichiarazioni astratte d’intenti sui migranti, il tema dell’equa distribuzione in Europa e i confini italiani come confini continentali e non nazionali), oppure contiamo molto, e quindi ci devono comprimere, marginalizzare?


